Formatosi come pittore alla Pennsylvania Academy of the Fine Arts alla fine degli anni Sessanta, Lynch realizza qui la sua prima opera ibrida, Six Men Getting Sick (Six Times) (1967): una sorta di “pittura in movimento” che fonde immagine dipinta e proiezione. Da quel momento in poi il cinema non prenderà mai il sopravvento sulla sua ricerca visiva, ma diventerà una delle sue molte ramificazioni. La mostra berlinese insiste proprio su questa continuità: Lynch non è un artista che arriva alle arti visive dal film, ma un artista che attraversa i media per dare forma a un immaginario coerente.
I dipinti in esposizione sono popolati da presenze inquietanti, corpi deformati, interni ambigui. L’eco del Surrealismo è evidente, ma privata di qualsiasi leggerezza onirica: al suo posto emerge una tensione densa, quasi claustrofobica. La pittura diventa un campo di forze emotive, dove il colore agisce come materia psichica. Gli acquerelli, spesso monocromi o dominati da rossi profondi, blu notturni e improvvise accensioni di giallo, amplificano questa dimensione introspettiva. Presentati in cornici disegnate dallo stesso Lynch, suggeriscono che anche l’allestimento faccia parte del gesto artistico, come se ogni elemento concorresse a costruire un’unica esperienza percettiva.
A spezzare la bidimensionalità intervengono tre lampade-scultura verticali, realizzate in acciaio, resina, plexiglass, gesso e legno. A metà strada tra design e dispositivo teatrale, introducono nello spazio una presenza fisica forte e perturbante. La luce che emanano è innaturale, sospesa, evocando quelle stanze mentali e quegli interni carichi di tensione che ricorrono nel cinema di Lynch. Qui la scultura non è semplice oggetto, ma macchina emotiva: un’estensione tridimensionale del suo linguaggio visivo.
Un capitolo centrale della mostra è dedicato alle Factory Photographs, serie di fotografie scattate a Berlino nel 1999. Ciminiere, fabbriche dismesse, finestre rotte e macchinari abbandonati diventano soggetti di un’indagine che va oltre il documento urbano. Lynch è attratto dall’aura di questi luoghi, dalla loro bellezza degradata, dalla capacità di condensare memoria e inquietudine. Le rovine industriali si trasformano in paesaggi interiori, superfici psichiche proiettate nello spazio cittadino.
Non è casuale che Berlino ritorni come scenario. Città segnata da stratificazioni storiche profonde, sospesa tra passato industriale e continua reinvenzione culturale, Berlino rappresenta per Lynch un territorio affine: un laboratorio emotivo dove residuo e trasformazione convivono. Rilette oggi, queste fotografie assumono anche il valore di una mappa sensibile dell’Europa post-industriale, osservata attraverso lo sguardo di un artista ossessionato dalle architetture del subconscio.
La carriera espositiva di Lynch come artista visivo è lunga e articolata: dalla personale alla Leo Castelli Gallery nel 1989 fino alla retrospettiva The Air Is on Fire alla Fondation Cartier nel 2007, che ha poi viaggiato tra Milano, Mosca e Copenaghen, passando per Someone Is in My House al Bonnefanten Museum di Maastricht nel 2018, la più ampia presentazione del suo lavoro con oltre 500 opere. La mostra da Pace Berlino si inserisce in questa genealogia, ma sceglie una scala più raccolta, quasi domestica, restituendo un Lynch meno monumentale e più concentrato sulla fisicità dei materiali e sulla fragilità dei processi creativi.
In questo percorso, pittura, fotografia, scultura e immagine in movimento dialogano senza gerarchie, componendo il ritratto di un artista che ha sempre concepito l’arte come spazio di esplorazione interiore. La mostra berlinese non celebra il mito del regista, ma mette a fuoco il lavoro silenzioso dell’artista visivo: un’indagine continua sulle zone d’ombra della percezione, dove ogni opera diventa una soglia tra visibile e invisibile.