Il progetto Elegy e la frattura istituzionale
Al centro della controversia c’era Elegy, un’opera video-performativa avviata nel 2015, dedicata alle vittime di femminicidio e agli omicidi di persone LGBTQI+ in Sudafrica. Per la Biennale di Venezia, l’artista aveva concepito un nuovo capitolo del progetto, includendo un omaggio alla poetessa palestinese Hiba Abu Nada, uccisa durante un bombardamento israeliano nell’ottobre 2023. L’intervento ampliava il campo di riflessione, collegando la violenza di genere in Africa australe ai conflitti in corso a Gaza e in Namibia.
È stato proprio questo segmento a provocare la reazione del ministro della Cultura Gayton McKenzie, che in una lettera ufficiale del dicembre 2025 aveva definito la sezione su Gaza “altamente divisiva”, chiedendone la revisione. Di fronte al rifiuto dell’artista di modificare il contenuto dell’opera, il DSAC ha deciso, il 2 gennaio 2026, di annullare l’intero progetto.
Successivamente, McKenzie ha parlato di presunte interferenze straniere nella costruzione del padiglione, evocando il rischio che lo spazio veneziano diventasse uno strumento di “proxy power” culturale. Tuttavia, diverse ricostruzioni giornalistiche hanno ridimensionato queste accuse, indicando soltanto un interesse preliminare – mai formalizzato – da parte di Qatar Museums per un’eventuale acquisizione dell’opera dopo la Biennale.
Gabrielle Goliath, la serie Elegy (2024; La Biennale Arte di Venezia).
Nessuna mostra alternativa
Dopo la cancellazione di Elegy, il Dipartimento aveva tentato di riaprire il processo di selezione a porte chiuse, contattando altri gruppi artistici, tra cui il collettivo Beyond the Frames. Ma anche questa strada si è interrotta rapidamente. Nelle scorse settimane, il collettivo è stato informato della decisione finale: nessuna partecipazione sudafricana alla Biennale di Venezia 2026.
La portavoce del DSAC, Stacey-Lee Khojane, ha confermato che non verrà prodotta alcuna esposizione governativa, sancendo di fatto l’assenza ufficiale del Paese dalla manifestazione.
Le reazioni del mondo dell’arte
La scelta ha suscitato forti critiche nella comunità artistica sudafricana e internazionale. L’artista Candice Breitz, che aveva rappresentato il Sudafrica alla Biennale del 2017, ha sottolineato la contraddizione tra la posizione assunta dal governo sul piano geopolitico – in particolare il ricorso presentato nel 2023 alla Corte Internazionale di Giustizia contro Israele – e la mancata tutela della libertà espressiva di un’artista sudafricana.
Anche Steven Cohen, recentemente coinvolto in un caso di censura museale a Città del Capo, ha definito la sentenza “un appello al dissenso”, mentre il Campaign for Free Expression ha espresso preoccupazione per quello che considera un precedente pericoloso per l’autonomia dell’arte.
Gabrielle Goliath, la serie Elegy (2024; La Biennale Arte di Venezia).
Arte contemporanea e responsabilità istituzionale
Il caso Goliath evidenzia una frattura sempre più evidente tra istituzioni pubbliche e pratiche artistiche critiche. In un contesto come quello della Biennale di Venezia – da sempre piattaforma privilegiata per il confronto tra linguaggi, culture e posizioni politiche – l’assenza del Sudafrica assume un valore simbolico che va oltre la singola mostra mancata.
Più che un semplice ritiro logistico, si tratta di un segnale forte sul ruolo che i governi intendono giocare nella definizione dei contenuti dell’arte contemporanea. E mentre l’Arsenale si prepara ad accogliere i padiglioni degli altri Paesi, il vuoto lasciato dal Sudafrica resta come traccia tangibile di un conflitto irrisolto tra libertà creativa, responsabilità istituzionale e potere culturale.