Anish Kapoor, Ritratto di George Darrell, 2021
Nel 2026 Venezia si prepara ad accogliere una delle mostre più attese dell’anno, destinata a intrecciarsi in modo significativo con il calendario della Biennale. Protagonista è Anish Kapoor, artista tra i più influenti della scena internazionale, che riaprirà al pubblico Palazzo Manfrin con un’esposizione dedicata ai progetti più ambiziosi della sua carriera, realizzati e non. L’inaugurazione è prevista per il 5 maggio 2026, in concomitanza con i giorni di apertura della Biennale d’Arte, segnando anche la riattivazione della fondazione veneziana dell’artista, rimasta chiusa dal 2022.
Dopo la grande esposizione diffusa del 2022, che coinvolse le Gallerie dell’Accademia e lo stesso Palazzo Manfrin, Kapoor torna quindi a Venezia con una mostra dal taglio profondamente concettuale. Al centro del progetto non ci sono soltanto le opere iconiche che hanno consacrato il suo nome nel panorama dell’arte contemporanea, ma soprattutto l’archivio progettuale di oltre quarant’anni di ricerca: modelli, maquette, idee e strutture che raccontano una pratica artistica in costante tensione tra materia, vuoto e percezione.
Una mostra che guarda oltre il mercato
L’intento dichiarato dell’artista è quello di offrire uno sguardo su una parte meno visibile della sua produzione, spesso messa in ombra dalla notorietà delle grandi sculture pubbliche. Kapoor ha più volte sottolineato come molte delle sue opere più radicali non siano mai entrate nel circuito commerciale, restando allo stadio di progetto o assumendo forme effimere, sperimentali, difficilmente collocabili sul mercato.
In questo senso, la mostra veneziana si configura come un’indagine sulla dimensione “altra” della pratica dell’artista: quella che non risponde alle logiche della vendita, ma che rappresenta il vero motore della sua ricerca. Modelli in cera, pigmenti, strutture architettoniche incompiute e installazioni concepite per rimanere tali diventano strumenti per comprendere la complessità del suo pensiero e la profondità del suo rapporto con lo spazio.
Palazzo Manfrin, © Anish Kapoor, Foto © Attilio Maranzano
Sinistra: Untitled, 1992. Arenaria e pigmenti, 230x122x103 cm. Destra: Void, 1989. Fibra di vetro pigmenti, 200x200x152.5 cm. Foto: Michel Zabe ©Anish Kapoor. Diritti riservati DACS, 2021
Tra istituzione culturale e tempismo strategico
Nonostante l’apparente distanza dalle dinamiche commerciali, il progetto non può essere letto al di fuori del contesto in cui si inserisce. La riapertura di Palazzo Manfrin avviene infatti nel momento di massima visibilità per la città, quando la Biennale trasforma Venezia nel centro nevralgico dell’arte globale. Una coincidenza che solleva interrogativi sul ruolo stesso della fondazione: spazio pubblico permanente dedicato alla ricerca o piattaforma espositiva attivata nei momenti di maggiore attenzione mediatica?
La scelta di inaugurare una grande personale proprio durante la Biennale sembra muoversi su un confine sottile, dove idealismo e strategia convivono. Da un lato, l’artista rivendica l’autonomia della propria pratica; dall’altro, la mostra si inserisce perfettamente nel sistema internazionale dell’arte contemporanea, dialogando con collezionisti, curatori e istituzioni presenti in città in quei giorni.
Cosa vedremo nella mostra veneziana
Il percorso espositivo sarà articolato e stratificato. Accanto ai numerosi modelli di progetti mai realizzati, saranno presenti opere storiche di grande impatto. Tra queste, Descent into Limbo (1992), destinata a rimanere installata in modo permanente nel sito di Cannaregio anche dopo la chiusura della mostra. Un lavoro emblematico, che incarna l’interesse di Kapoor per il vuoto come esperienza fisica e mentale.
Un altro ritorno significativo è At the Edge of the World (1998), riproposta a Venezia in una versione caratterizzata da un nero estremamente profondo. L’artista ha precisato che non si tratta del celebre Vantablack, ma di un materiale affine, capace di generare un effetto visivo altrettanto destabilizzante. Ancora una volta, il colore diventa strumento per annullare la percezione dello spazio e mettere in crisi lo sguardo dello spettatore.
Tra le nuove opere annunciate spicca anche un intervento di scala ridotta, definito dallo stesso Kapoor come una sorta di “pittura immersiva”: un ambiente di dimensioni contenute, completamente saturato da masse cromatiche, visibile solo dalla soglia. Un lavoro che sintetizza molte delle questioni centrali della sua ricerca, dal rapporto tra pittura e scultura alla partecipazione percettiva del pubblico.
Anish Kapoor, At the Edge of the World (1998) Foto: David Stjernholm
Venezia come snodo della ricerca di Kapoor
La mostra di Palazzo Manfrin si inserisce in un periodo particolarmente intenso per l’artista, che nel 2026 sarà protagonista di importanti esposizioni internazionali. Tra queste, una personale dedicata alla pittura allo SCAD Museum of Art di Savannah, una mostra di sculture in acciaio presso la Lisson Gallery di New York e una grande retrospettiva alla Hayward Gallery di Londra, a quasi trent’anni dalla sua ultima apparizione in quello spazio.
In questo panorama globale, Venezia assume un ruolo centrale: non solo come sede della mostra, ma come luogo simbolico in cui l’arte contemporanea si confronta con la storia, l’architettura e la complessità del presente. Il ritorno di Kapoor in laguna conferma ancora una volta come la città continui a essere un laboratorio privilegiato per gli artisti che interrogano i limiti della forma, della materia e dell’esperienza estetica.