Brown and Blacks in Reds
Mark Rothko realizzò 37 dipinti nel 1957, un anno significativo durante il quale sperimentò considerevolmente con la palette e il formato delle sue celebri astrazioni. Entro il 1957, Rothko aveva ben padroneggiato il formato che avrebbe definito la sua vita e il suo lavoro e per la prima volta riusciva a guadagnarsi da vivere con la sola pittura.
In Brown and Blacks in Reds, il capolavoro centrale della collezione di Robert Mnuchin, vediamo realizzati i suoi obiettivi: il dipinto esprime in modo potente cosa significhi dipingere, percepire, vivere e sentire. Il nero e il rosso brillante non rappresentano un’immagine, ma un incontro diretto con l’artista al massimo delle sue capacità, dando forma concreta a quel senso di passione profonda che appartiene all’esperienza umana. Lo spirito, la composizione e i colori di Brown and Blacks in Reds suggeriscono molti paragoni con la storia dell’arte. Nessuno, però, si è rivelato così significativo come The Red Studio di Henri Matisse, esposto al Museum of Modern Art e visitato più volte da Rothko stesso.
Brown and Blacks in Reds appartenne inizialmente a Joseph E. Seagram & Sons, Inc., che acquisì l’opera dalla Sidney Janis Gallery di New York e la installò con orgoglio nella lobby dell’omonimo Seagram Building di Manhattan, unica opera dell’artista ad aver avuto l’onore di essere esposta nello spazio progettato da Mies van der Rohe e Philip Johnson. Rothko, tuttavia, cominciò a essere turbato dalla possibile riduzione di questi lavori a semplice decorazione, anziché esperienze a sé stanti. Alla fine li ritirò, trattenne le opere e donò nove tele alla Tate, le cui sale avrebbero potuto rispettarne la sovranità e l’autorità evocativa.
“I quadri devono essere miracolosi”, affermò Rothko, “nel momento in cui uno viene completato, l’intimità tra la creazione e il creatore si interrompe. Lui diventa un estraneo. Il quadro deve essere per lui, come per chiunque lo osservi in seguito, una rivelazione, una soluzione inattesa e senza precedenti di un bisogno eternamente familiare.”