Da un progetto di fotografia di strada realizzato a Milano tra il 2012 e il 2015.

 

Il progetto fotografico “Fie” è tornato recentemente al centro del dibattito pubblico dopo essere riemerso online e aver generato una forte ondata di critiche. Si tratta di una serie di circa tremila immagini scattate nello spazio urbano, attribuite a Ray Banhoff (all’anagrafe Gianluca Gliori), in cui persone, e in particolare donne, vengono fotografate senza consapevolezza durante la loro vita quotidiana in strada e sui mezzi pubblici. Il materiale, raccolto in forma di libro autoprodotto, è oggi oggetto di contestazione etica e legale per violazione della privacy e diffusione non consensuale.

Se ne è tornati a parlare perché il fotografo, il 21 giugno, ha pubblicato un video – poi rimosso – in cui raccontava nuovamente quel lavoro. Sui social il dibattito si è concentrato soprattutto sul confine tra street photography e violazione. Questa videointervista è stata colta e ripresa in alcuni passaggi dal profilo Instagram «AesteticaSovietica», che ha avanzato una lettura critica della questione, a cui poi si è unita l’avvocata e attivista Cathy La Torre. «Non è arte, ma abuso e violazione di diverse leggi» fa notare l’avvocata che ha invitato le donne che si dovessero riconoscere nelle foto a denunciare il fatto.

Raggiunto al telefono dopo l’esplosione del caso, Banhoff, che ha firmato diversi progetti fotografici di tutt’altro genere in questi anni, si difende dicendo che AesteticaSovietica ha estrapolato pochi secondi di un’intervista di 40 minuti e che le spiegazioni sulla tecnica fotografica per strada erano una citazione del famoso fotografo Bruce Gilden, e che ora essere stato ripreso in quel modo lo espone alle minacce social: “Sono stato trattato come un maniaco e ora mi scrivono cose orrende, ma io sono un artista. Quanto a ipotetici scatti rubati, sfido chiunque a dire che si è sentito leso nella sua immagine da quelle foto. Non credo di aver commesso alcun reato”.

"Fie" un progetto di street photography di Raybanhoff
Fie - Ray Banhoff 2012-2015
"Fie" un progetto di street photography di Raybanhoff
Fie - Ray Banhoff 2012-2015

Un elemento che rende la vicenda ancora più controversa riguarda la sua ricezione iniziale. Al momento della prima diffusione, il progetto era stato infatti accolto e raccontato da alcune testate e piattaforme del settore culturale e fotografico come esercizio di street photography e racconto del quotidiano urbano, con una lettura prevalentemente descrittiva. Tra queste, anche Rolling Stone Italia aveva contribuito a una narrazione che insisteva sulla dimensione estetica e di ricerca del progetto, senza mettere al centro la questione delle modalità di produzione delle immagini. In quella fase, la dimensione problematica della reiterazione del corpo femminile e dell’assenza di autorizzazione veniva in larga parte assorbita dentro una narrazione estetizzante o documentaria, che tendeva a privilegiare l’immagine rispetto alle condizioni della sua produzione.

In 11 anni la sensibilità del Paese in fatto di consenso è cambiata: si è evoluta in direzione di un’attenzione maggiore a tutte quelle situazioni in cui l’immagine delle persone, soprattutto le donne, viene catturata senza consenso, sessualizzata e diffusa in rete.

A distanza di anni, ciò che allora poteva essere interpretato come ricerca borderline tra arte e privacy, oggi appare come un dispositivo che interroga in profondità le categorie stesse della fotografia contemporanea e i meccanismi attraverso cui il sistema culturale legittima, normalizza o rimuove questioni legate al consenso. È proprio questa asimmetria a emergere con forza nel caso in questione.

"Fie" un progetto di street photography di Raybanhoff
Fie - Ray Banhoff 2012-2015

La fotografia ha sempre intrattenuto con il reale un rapporto ambiguo. Nasce da una presa, separa qualcosa dal flusso del mondo e lo consegna a un’immagine. La street photography, in particolare, vive spesso di questo margine incerto, dove lo spazio pubblico rende possibile l’incontro visivo con passanti, città, gesti non preparati, figure entrate nell’inquadratura senza aver costruito con il fotografo un rapporto esplicito di posa o di consenso. Liquidare tutta questa tradizione come predatoria sarebbe storicamente inaccurato. Da Walker Evans a Helen Levitt, da Garry Winogrand a Vivian Maier, fino a Sophie Calle la strada è stata un laboratorio visivo fondamentale per leggere la modernità, i suoi ritmi, le sue solitudini, la sua folla. Ancora oggi si manifesta come terreno che saggia tensioni etiche e politiche a confronto della pratica artistica.

*Tutte le immagini presenti nel blog sono utilizzate esclusivamente per finalità informative e critiche. I diritti appartengono ai rispettivi autori e aventi diritto. La galleria rimane a disposizione degli stessi per eventuali rettifiche, citazioni specifiche o rimozioni immediate su richiesta.