Uno dei simboli più iconici di Milano diventa oggetto di critiche sui social

 

Il mosaico del toro rampante della Galleria Vittorio Emanuele Il, uno dei simboli di Milano, è oggetto di restauro. A causa della continua giravolta con il tallone dei turisti che visitano la città, che dovrebbe garantire buona fortuna e il ritorno a Milano, una parte del mosaico viene consumata formando un piccolo cratere. In meno di dieci anni i testicoli si sono affossati di circa 2,5 centimetri, generando un buco in cui si sono polverizzate le tessere di marmo rosa che segnalavano l’apparato riproduttivo del toro.

Il restauro del Mosaico del Toto nella Galleria Vittorio Emanuele II, uno dei simboli più iconici di Milano
Dettaglio dal mosaico della Galleria Vittorio Emanuele II a Milano. Foto G.dallorto. Wikimedia Commons  

«È una tradizione che risale all’Ottocento. Periodicamente però va rifatto il mosaico, l’ultima volta lo abbiamo fatto nel 2017. Continuiamo a farlo per tenere questo spazio bello a disposizione di tutti», ha detto Marco Granelli, assessore alle Opere pubbliche di Milano. Il Comune mette in conto il periodico intervento di ripristino delle tessere di mosaico distrutte spiegando che grazie al restauro si potrà continuare a schiacciare i tacchi sull’animale perché il rito fa parte del folklore meneghino da quasi due secoli.

Dunque è stato richiamato in servizio il restauratore di fiducia Gianluca Galli, bellunese, che già nel 2017 si era occupato del restauro del pavimento per i 150 anni della Galleria. Quattro giorni di lavoro, cinquemila euro, e il toro sarebbe tornato come nuovo, annunciava l’assessore, che domenica è stato il primo a postare orgoglioso la foto del restauro terminato nei tempi. Centinaia di utenti hanno notato subito un dettaglio che li ha lasciati perplessi: gli attributi del toro, fulcro del rito scaramantico e motivo principale dell’attrazione turistica, sono apparsi meno evidenti rispetto al passato.

Il restauro del Mosaico del Toto nella Galleria Vittorio Emanuele II, uno dei simboli più iconici di Milano
Galleria Vittorio Emanuele II a Milano. Foto Leonhard Lenz. Wikimedia Commons  

Il risultato pubblicato sui social proprio dall’assessore dopo cinque giorni di restauro ha scatenato l’ironia di milanesi e turisti, preoccupati che il leggendario toro portafortuna fosse stato privato dei suoi famosi attributi. Nel confronto tra le due immagini emerge chiaramente la differenza tra prima e dopo la cura. Con la prima fase di lavori, la scomparsa visiva dei testicoli ha spinto molti a ironizzare sul fatto che il toro fosse stato trasformato in un bue.

Ma le tessere relative agli attributi non sono effettivamente scomparse: sono semplicemente realizzate con marmo rosa, ripristinando così un colore più simile al resto dell’animale e usando un materiale più fedele alla versione ottocentesca dell’opera. Il restauro del 2017 aveva invece utilizzato un marmo più scuro, che rendeva gli attributi più visibili e marcati rispetto all’originale. È dunque la diversa tonalità delle nuove tessere e non una modifica della forma o della dimensione a generare l’impressione che gli attributi siano scomparsi o rimpiccioliti.

Contattato, il restauratore si è difeso affermando che il lavoro deve essere ancora finito. Non solo: lui, ha tenuto a precisare, ha lavorato per quattro giorni sotto gli occhi dei tecnici del Comune, senza obiezioni. «Surreale criticare un lavoro non ancora finito. Sono polemiche che mi fanno sorridere. Capitano sempre quando c’è un restauro e poi è ridicolo che il restauro di oggi venga messo a confronto con quello precedente dato che sono sempre io l’autore» afferma Galli.

Assicura che il materiale gli è stato messo a disposizione dai tecnici del Comune e l’assessore lo ribadisce: «Abbiamo recuperato i marmi più antichi e il disegno è quello originale. […] Bisogna ancora attendere che le tessere appena incollate si assestino, poi tutto il lavoro andrà lucidato e lamato»

Viene naturalmente da chiedersi quale sia la ragione che spinge milioni di persone ogni anno a puntare il tallone sul toro facendo tre giri su sé stessi. È stato ipotizzato che possa avere a che fare con il culto ancestrale della fertilità. Nell’Ottocento, infatti, erano soprattutto le donne a sfiorare con discrezione il mosaico per augurarsi di concepire un figlio. Con il passare dei decenni il concetto di “fertilità” si è progressivamente laicizzato e allargato alla prosperità economica, trasformando la giravolta in un augurio di generica fortuna negli affari.

Secondo una prospettiva più storica calpestare proprio il punto più vulnerabile e intimo dell’animale simbolo dei piemontesi nacque come uno sfregio goliardico nel momento in cui la rivalità economica, politica e culturale tra Milano e Torino era ai massimi storici. Infine indagando il racconto popolare potrebbe trattarsi di un antico rito da compiere la notte di San Silvestro (31 dicembre) per ottenere la benevolenza della sorte nell’anno successivo.

Qualunque sia l’origine di questo rituale laico, il turismo di massa del secondo Novecento ne ha decretato il successo, ma è stata la successiva globalizzazione, unita al boom dei social, a renderlo un’usanza quotidiana tra l’identitario e il trendy che manifesta ancora una volta la tensione tra la necessità di accessibilità popolare del patrimonio culturale e la sua stessa conservazione.

Il restauro del Mosaico del Toto nella Galleria Vittorio Emanuele II, uno dei simboli più iconici di Milano
2017 Restauro. Foto Robre62.  Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0

*Tutte le immagini presenti nel blog sono utilizzate esclusivamente per finalità informative e critiche. I diritti appartengono ai rispettivi autori e aventi diritto. La galleria rimane a disposizione degli stessi per eventuali rettifiche, citazioni specifiche o rimozioni immediate su richiesta.