Così diceva Pier Paolo Pasolini in una delle sue ultime interviste, per il documentario di Bertolucci del 1975: una dichiarazione gelida, perché vera. Oggi ne abbiamo ulteriore conferma nei 3 milioni di pagine di documenti resi pubblici con gli Epstein Files.
L’intellettuale italiano si riferiva a uno dei suoi film più discussi e inquietanti: Salò o le 120 giornate di Sodoma, ispirato al celebre romanzo del diciottesimo secolo del Marchese de Sade, e al quale gli scandali degli ultimi decenni, legati ad abusi e traffico di minori, sembrano aver preso spunto.
Arte, vita e potere operano all’interno di un sistema interconnesso che ne influenza e ne rimodella continuamente il significato. Collegati a Jeffrey Epstein, sono emersi numerosi direttori di musei, artisti e mecenati che hanno collaborato con lui in cambio di favori e vantaggi. Questo testimonia le difficili scelte che chi lavora nel mondo dell’arte è costretto ad affrontare ogni giorno, nel nome del messaggio che desidera trasmettere.
Il Film
Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) è l’ultimo film di Pasolini, ispirato a un celebre romanzo tardo-diciottesco del Marchese de Sade, da cui deriva il termine “sadismo”. La vicenda è ambientata nella Repubblica di Salò nel 1944 e trasporta, nel contesto repressivo dell’Italia fascista, una narrazione di torture e perversioni compiute da quattro Signori, ciascuno rappresentante di una diversa forma di potere: un Duca, un Vescovo, un Magistrato e un Presidente.
Le vittime sono diciotto adolescenti provenienti da famiglie antifasciste, rapiti e rinchiusi in una villa di campagna, dove per 120 giorni subiscono abusi, atti di sodomia e umiliazioni continue, fino alla morte. Il programma di violenza inflitto è suddiviso in sezioni tratte dall’Inferno di Dante, nello specifico il cerchio dei Violenti: l’Anticamera dell’Inferno, il Cerchio delle Follie, il Cerchio della Merda e il Cerchio del Sangue.
Il legame tra Epstein e Pasolini
“…nel mio film tutto questo sesso assume un significato particolare: è la metafora di ciò che il potere fa al corpo umano, la mercificazione, la riduzione del corpo umano a cosa, tipica di qualsiasi forma di potere.”
Quando il film uscì, nessuno avrebbe potuto immaginare scenari più orribili o perversi, e certamente nessuno avrebbe creduto che sarebbero diventati realtà nel giro di pochi decenni. Le Isole Vergini di Epstein diventano il nuovo inferno dantesco, dove potere e capitale regnano sovrani come nuovi principi che governano l’azione individuale. L’isola di Little Saint James sostituisce quella villa di campagna, isolata dal mondo, dalle sue regole e dalla sua moralità. I Signori sono molti di più di quattro e rappresentano l’aristocrazia finanziaria e politica. Le vittime sono decine di ragazze minorenni. I 120 giorni sono, in realtà, molti anni.
Le coordinate spaziali e temporali sono inevitabilmente diverse, ma questo invita a riflettere sulla disturbante continuità storica di questi abusi attraverso contesti differenti, sia reali che fittizi. Anche nel XXI secolo, in un mondo occidentale fondato su diritti e giustizia, violenze di questo tipo sono state a lungo nascoste.
L’anarchia del potere
“È un film non solo sul potere, ma su quella che io chiamo l’anarchia del potere. Nulla è più anarchico del potere. Il potere fa ciò che vuole, e ciò che vuole è completamente arbitrario o dettato da necessità economiche che sfuggono alla logica ordinaria.”
Nulla cattura meglio i comportamenti documentati negli Epstein Files di questa analisi dello stesso Pasolini, mentre cerchiamo di capire come e perché le cose siano arrivate a questo punto. La risposta è impietosa: i potenti fanno ciò che fanno semplicemente perché possono, nient’altro. Sono guidati dalla convinzione che, grazie al capitale e all’influenza di cui dispongono, la loro volontà sia una legge intoccabile e che essi siano esenti da qualsiasi responsabilità. L’unico modo per affermare questo potere apparentemente illimitato sembra essere quello di oltrepassare ogni limite morale umano attraverso atti di perversione e sadismo. Come intuì Pasolini, il corpo non appartiene più a un essere umano, ma diventa un oggetto da usare a piacimento, qualcosa che può essere comprato, venduto e scartato quando è rotto.
L’influenza del potere nel mondo dell’arte
L’anarchia del potere, e la mercificazione che comporta, è presente anche nel mondo dell’arte, un universo in cui i meccanismi economici impongono una logica che trascura la posizione etica di chi compra e vende. L’opera d’arte diventa una merce, e come tale può finire nelle mani di chiunque abbia abbastanza denaro, a prescindere da chi sia o cosa rappresenti. Artisti, gallerie e musei, per sopravvivere, si trovano spesso a operare in un sistema che sembra richiedere la sospensione del proprio giudizio in nome del mercato, senza interrogarsi sulle conseguenze.
È quindi inevitabile chiedersi quanto abbia senso creare e promuovere un’arte critica verso il potere, se la stessa arte può essere acquistata, privatizzata e neutralizzata proprio da coloro che detengono quel potere. Come Pasolini aveva compreso cinquant’anni fa: il potere non ha bisogno di censurare l’arte, la compra semplicemente.