La risposta del mondo dell’arte
In seguito a questi eventi, il mondo dell’arte ha iniziato a mobilitarsi, sia a livello individuale che attraverso musei, centri d’arte e gallerie, desiderosi di esprimere solidarietà alle vittime e alle loro famiglie. A partire da manifestazioni di strada e memoriali dedicati a Renée, la farfalla monarca è diventata il simbolo di un movimento globale di solidarietà verso i migranti. Questo motivo, stilizzato e spesso rappresentato in blu, è diventato il segno distintivo di chi auspica un mondo senza ICE e che, in nome di questa causa, ha iniziato a esprimersi pubblicamente attraverso le forme più diverse di comunicazione artistica.
Dalle stampe ai cartelloni pubblicitari, dalle t-shirt ai murales, dalle performance alle installazioni site-specific, ognuno ha contribuito al movimento a modo proprio. In particolare, a Minneapolis, il Walker Art Center e il Minneapolis Institute of Art (MIA) hanno deciso di scioperare chiudendo le loro porte il 23 gennaio, affiancati da numerose gallerie e musei in quella che è stata definita la Day of Truth and Freedom.
Attivismo reale o performativo?
Di fronte alle azioni intraprese da diverse istituzioni artistiche, ci si potrebbe chiedere se non si tratti ancora una volta di performative allyship, termine che indica un sostegno apparente verso una causa sociale o un gruppo marginalizzato, che però non produce un aiuto concreto ed è spesso motivato da interessi di immagine.
Subito dopo la condanna internazionale nei confronti dell’ICE, molte gallerie di Minneapolis hanno annunciato la loro partecipazione allo sciopero tramite i social media, con dichiarazioni attentamente costruite. Tuttavia, questa presa di posizione, per quanto nobile, potrebbe apparire più legata alla reputazione che a un reale tentativo di cambiamento in linea con i valori dichiarati pubblicamente.
La differenza risiede non solo nelle intenzioni, ma anche negli effetti concreti delle azioni di protesta. Dopo la giornata di sciopero, tutto è tornato alla normalità, mentre l’ICE continua a operare.
Alcuni progetti artistici contro l’ICE
WICKED WINTER al Art Shanty Projects
Art Shanty Projects è una popolare serie annuale di eventi in cui artisti realizzano installazioni temporanee sulla superficie ghiacciata del Bdé Umáŋ (Lake Harriet). “Crediamo fermamente che l’arte non sia mai neutrale, che la connessione sia un atto di resistenza e che lo stare insieme sia una forma di cura della comunità”, afferma il collettivo, che l’11 gennaio ha organizzato un evento intitolato ICE OUT!.
In questa occasione, performance e installazioni hanno permesso di esprimere il dolore e la rabbia delle comunità colpite. È il caso del progetto Wicked Winter di Angela North, Clara Schiller, Sarah Honeywell e Sam Granum, in cui i visitatori erano invitati a rompere con un martello piccole figure di ghiaccio. L’installazione, ispirata a una casa di pan di zenzero, ha ospitato un rituale di “distruzione dell’ICE” nei fine settimana dal 17 gennaio all’8 febbraio. Gli artisti lo descrivono come un evento catartico e un modo sano per affrontare la situazione attuale e sentirsi meno impotenti.
The Umbrella Project
L’artista Maggie Thompson è la creatrice di questo progetto, concepito non solo come attività creativa ma anche come strumento di autodifesa e protezione collettiva. L’ombrello, oggetto quotidiano pensato per riparare dalla pioggia, viene trasformato in qualcosa di più simile a uno scudo, particolarmente utile nei momenti di protesta e tensione civile.
Può infatti offrire protezione contro gli effetti delle granate stordenti, dello spray al peperoncino e l’impatto dei proiettili di gomma. L’artista condivide le sue conoscenze fornendo istruzioni accessibili per costruire autonomamente un ombrello rinforzato, che diventa non solo uno strumento funzionale, ma anche un simbolo di resistenza: un oggetto semplice, nelle mani delle persone comuni, capace di opporsi a un sistema armato.
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