Le proteste sono iniziate a metà settembre con i liceali, che chiedevano migliori condizioni nelle scuole, per poi allargarsi al caro vita, ai tagli all’istruzione e alla repressione poliziesca delle manifestazioni. Il blocco è arrivato due giorni dopo la giornata nazionale di mobilitazione del 17 ottobre, segnata da violenze e danneggiamenti in diverse città. Gli studenti hanno tenuto a distinguersi dai casseur e hanno distribuito volantini in francese e in inglese per spiegare le loro ragioni ai turisti in coda, non sempre con un’accoglienza favorevole.
La direzione del museo ha precisato che l’azione non era rivolta contro il Louvre, scelto piuttosto come cassa di risonanza per dare visibilità alle rivendicazioni. Il peso simbolico del gesto è enorme portando la notizia sulle prime pagine di tutto il mondo. Il Louvre è uno dei luoghi che meglio rappresentano la cultura e l’identità francese, e il 19 ottobre è anche l’anniversario del furto dei gioielli della Corona del 2025, che ha mostrato le fragilità di un’istituzione fino a quel momento sembrata intoccabile. È difficile dunque non vedere nella coincidenza un’occasione in più per attirare l’attenzione.
Pochi giorni dopo, il 24 ottobre, è stato lo stesso Louvre ad annunciare una chiusura eccezionale, questa volta con rimborso automatico per le prenotazioni. La decisione è determinata da una misura preventiva legata ai rischi segnalati dal Ministero della Cultura in vista della manifestazione autorizzata tra Bastille e Nation, in un clima di crescente tensione sia da parte dei manifestanti che dalle forze dell’ordine schierate dal governo.
La sospensione ha coinvolto gran parte del sistema culturale parigino: il Musée d’Orsay, l’Orangerie, il Musée Picasso, il Grand Palais, il Musée des Arts et Métiers, la Bourse de Commerce – Collection Pinault, la Fondation Cartier, la Fondation Louis Vuitton e persino il giardino delle Tuileries. Art Basel Paris ha chiuso con due giorni di anticipo, venerdì 23 ottobre. Un post social aveva invitato a “riprendersi il Palais” proprio nei giorni della fiera, contestando la concentrazione della ricchezza e i privilegi fiscali legati al mercato dell’arte.
Le chiusure, pubbliche e private, sono state motivate da ragioni di ordine e sicurezza e non da vicinanza alle rivendicazioni dei manifestanti. Resta il fatto che, per qualche giorno, i luoghi più visibili dell’arte parigina sono diventati lo spazio in cui le proteste si sono rese impossibili da ignorare, tra simboli nazionali, mercato globale e un futuro che i più giovani rivendicano anche attraverso la presenza nei luoghi della cultura.