Il cuore del progetto è rappresentato dalle circa 160 fotografie donate da Man Ray alla Biennale nel 1976. Non si tratta solo di stampe originali, ma anche di negativi, riproduzioni, immagini tratte da libri e cataloghi. Un insieme eterogeneo che già allora metteva in discussione la distinzione tra originale e copia, tra opera autonoma e documento. È proprio questa ambiguità a rendere il nucleo così attuale: la fotografia emerge come linguaggio fluido, capace di oscillare tra gesto creativo e strumento di riproduzione.
Tra le immagini esposte compaiono alcune icone assolute del maestro surrealista, accanto a una serie di ritratti che restituiscono il clima intellettuale delle avanguardie: scrittori, artisti e figure emblematiche del Novecento rivivono in scatti che sono al tempo stesso testimonianza storica e costruzione poetica. La fotografia, qui, non è semplice supporto visivo, ma dispositivo critico che mette in relazione persone, idee e movimenti.
Il percorso si arricchisce inoltre di materiali provenienti dall’Archivio Storico della Biennale: documenti, corrispondenze e pubblicazioni che contestualizzano il progetto del 1976 all’interno di una stagione particolarmente fertile per Venezia. Questa stratificazione di fonti consente di ricostruire non solo una mostra, ma un intero ecosistema culturale, restituendo alla città il ruolo di laboratorio internazionale per artisti e curatori.
Un elemento centrale è la riproposta del catalogo storico Man Ray. L’immagine fotografica, pubblicato nel 1977 e oggi riletto come parte integrante dell’esperienza espositiva. Il catalogo non funziona come semplice apparato di supporto, ma come estensione teorica della mostra stessa: un luogo in cui la fotografia viene inscritta in una rete di riflessioni che coinvolge le avanguardie storiche e il pensiero critico del tempo. La presenza di testi firmati da protagonisti della scena artistica internazionale sottolinea come l’opera di Man Ray sia sempre stata pensata in dialogo con una comunità intellettuale più ampia.
In questo senso, parlare di “immagine ritrovata” è forse riduttivo. Ciò che emerge con forza è piuttosto un processo continuo di riscrittura: ogni nuova esposizione aggiunge livelli di significato, ogni rilettura modifica la percezione dell’opera. La mostra diventa così un dispositivo di memoria attiva, capace di interrogare il presente attraverso materiali del passato.
Per Venezia, città che vive di stratificazioni storiche e visive, questo progetto rappresenta anche un’occasione per riflettere sul ruolo della fotografia nella storia dell’arte e della Biennale. Da strumento sperimentale delle avanguardie a tecnologia fondamentale della documentazione contemporanea, la fotografia attraversa decenni di trasformazioni, accompagnando il lavoro degli artisti e ridefinendo il modo in cui guardiamo le immagini.
Tra fotografia, Biennale e archivio, l’eredità di Man Ray si conferma dunque sorprendentemente viva. La mostra al Portego di Ca’ Giustinian non è solo un omaggio a un grande autore, ma un invito a ripensare il rapporto tra artisti, istituzioni e memoria collettiva, restituendo alla fotografia il suo ruolo di protagonista nel racconto culturale di Venezia.