A proposito dell’arte italiana del XXI secolo

 

Al di là dei piagnistei vittimistici, in Italia l’artista contemporaneo gode di una libertà che i suoi predecessori non avrebbero nemmeno sognato, perché l’arte contemporanea non interessa quasi più a nessuno.

Non deve più rispondere a papi, principi né a committenze totalizzanti; quando incappa in limitazioni è solo per la mentalità piccolo-borghese e la mancanza di fondi di committenti ignoranti. La maggior parte delle volte non deve giustificare il proprio lavoro davanti a un ordine simbolico superiore o a un’élite culturale con cui si è formato, ma a un bando in PDF.

È libero, ma completamente ignorato e sconnesso:

è per questo che oggi l’arte contemporanea non conta nulla.

Foto di gruppo di artisti dadaisti 1921 (Louis Aragon, Theodore Fraenkel, Paul Eluard, Emmanuel Faÿ, Paul Dermée, Philippe Soupault, Georges Ribemont-Dessaignes, Tristan Tzara (with monocle), Celine Arnauld, Francis Picabia, André Breton)
Foto di gruppo di artisti dadaisti 1921 - (Louis Aragon, Theodore Fraenkel, Paul Eluard, Emmanuel Faÿ, Paul Dermée,
Philippe Soupault, Georges Ribemont-Dessaignes, Tristan Tzara (with monocle), Celine Arnauld, Francis Picabia, André Breton)

Durante il Rinascimento, l’artista non era un individuo, un io assoluto, ma parte di un’élite di scienziati e artisti, dentro una macchina più grande, con un obiettivo chiaro: la volontà di potenza.

Il rapporto con la Chiesa cattolica non era una limitazione, ma una funzione naturale. L’arte costruiva il mondo, organizzava visioni e disciplinava lo sguardo, in simbiosi con la scienza e la religione, discorso che trova sponda nel blog di Michele Dantini su Substack. Il modernismo ha poi trasformato l’artista in un finto ribelle, un individualista, un po’ matto, perso in sé stesso:

gli artisti visivi hanno smesso di essere tecnici, scienziati, teorici e intellettuali

condannandosi all’oblio di oggi.

È, in fondo, la grande colpa delle avanguardie storiche, più concettuale che formale.

 

Si è spezzata così, con l’arte borghese, la catena che collegava un’élite intellettuale al potere reale e temporale

Ma invece di ricostruirla, l’arte contemporanea italiana ha scelto una soluzione più semplice: trasformare l’irrilevanza vittimistica in identità, il solipsismo in maledettismo.

Non metto in dubbio che l’individualismo sia lo sport nazionale,

ma il Medioevo italiano è stato una grande prova di comunitarismo, che ha cambiato il mondo regalandoci un modello che è durato secoli.

 

Oggi l’artista non pianifica più nulla. Al massimo si lamenta di qualche causa persa e arriva sistematicamente in ritardo; anzi, diciamo che è «ritardato», con tutto il rispetto: visto come un po’ matto, un eccentrico abbastanza inutile e innocuo, perché ormai eccentricità e ribellismo sono la moda comune.

È il caso del nostro Maurizio Cattelan nazionale, ormai alle prese con la sua ««Boomer art»: è diventato un meme di sé stesso, in crisi di mezza età.

«Non c’è più nulla da ridere», diceva David Foster Wallace:

i genitori sono tornati alla festa, e adesso bisogna rimettere a posto.

 

In parallelo, alcune riflessioni recenti di Francesco Arena, proprio su queste pagine, riescono a mettere bene a fuoco l’irrilevanza dell’arte contemporanea: pienamente presente nelle istituzioni mostre, biennali, discorsi critici ma risultante totalmente assente sul piano reale, incapace di incidere strutturalmente fuori dal proprio circoletto, e spesso neanche in quello. Una sottile neutralizzazione dell’arte e dei suoi stessi dispositivi critici e autocritici: non provoca più neanche la sindrome di Stendhal nell’ingenuo amatore o collezionista. Da qui il totale dominio del mercato.

Jayakumar Artista
Artista Jayakumar 2 al CPIM State conference Artists camp
(Courtesy of Wikimedia Commons)
Leonardo da Vinci Autoritratto
Autoritratto di Leonardo da Vinci.
(Courtesy of Wikimedia Commons)

La realtà è che l’artista non è stato espulso dal sistema:

il sistema, quello reale, la grande macchina, ha smesso di interessarsi a lui, perché ha la sua arte e non ha bisogno dell’artista,

negli ultimi anni anche grazie a meme e A.I.

L’arte è implosa nei new media, nei social network,che sono arte, un mega-mix di tutta l’arte e i linguaggi di tutti i tempi;

l’artisticità oggi è nella politica che è arte,

e poi chi non può essere un grande autore oggi, con uno smartphone in tasca?

E allora si produce per chi?

Per altri artisti, i cosiddetti «addetti ai lavori», ovvero i mediocri,

perché un settore che non interessa a nessuno diventa discarica di persone incapaci, corrotte o derelitte. Si attacca un sistema ridicolmente autoreferenziale, perché al sistema vero la cosiddetta arte ha smesso di interessare.

È un gioco molto stupido, per i figli disagiati dei riccastri: la cosiddetta pecora nera della famiglia fa l’artista, o il gallerista, o il curatore.

La gara è sembrare intelligenti

e costruirsi un alibi esistenziale.

L’errore più grande è pensare che manchi l’attenzione o la necessità dell’arte:

ci sono praterie vuote

perché nessuno le occupa con decisione e se le prende.

Un’élite non nasce dal riconoscimento:

nasce dall’invasione, decisa, potente, convinta e autoconvinta culturalmente.

Non serve più denaro, né protezione, né politiche culturali paternalistiche. Serve una mutazione genetica profonda: tornare a essere necessari.

Non servi di comuni mortali piccolo-borghesi:

bisogna tornare a essere infrastrutturali.

Questo complica i cocktail party dell’artista contemporaneo:

non entra più nei luoghi dove il mondo cambia davvero imprese, istituzioni, infrastrutture, laboratori scientifici e tecnologici,

che prima frequentava per incidere nella storia, non per decorare.

L’illusione della post-storia ha annientato l’artista e fatto implodere l’arte.

Incidere significa sporcarsi, esporsi, compromettersi anche politicamente,

creando vere lobby artistiche e interculturali, cercando interlocuzione con la politica e facendo sistema con scienziati, musicisti, architetti.

Perché la volontà di potenza va cercata, voluta, desiderata e conquistata: con cultura, intenzione politica, vivezza.

Finché l’artista produrrà solo opere fisiche resterà nullo.

Deve essere intellettuale, scrivere e teorizzare: ci sono momenti nella storia in cui conta più una teoria che un quadro.

Per evitare di soccombere al mediocre, come Leonardo, Leon Battista Alberti, Michelangelo, De Chirico, Marinetti, Carmelo Bene, bisogna tornare a scrivere teorie critiche e tecniche.

Negli scorsi anni, solo Gian Maria Tosatti, al di là di quello che si possa pensare del suo lavoro specifico,

ha rappresentato un modello di artista italiano non artigianale, ma anche teorico-dirigenziale e manageriale, che è entrato in istituzioni culturali importanti.

Insomma all’arte serve potere per svegliarsi,

le opere circolano ma non governano: governano le idee, le narrazioni, le infrastrutture, e si ha tremendamente bisogno di idee,

non di opere che ormai abbondano e vengono prodotte da tutti, e vendute col solito giochino della speculazione tra amici.

Le vere architetture oggi, con l’imminente superamento manuale della tecnica da parte delle A.I., sono invisibili:

Le Corbusier non realizzò mai il suo progetto totale, ma cambiò le nostre case. Le teorie diventano estetica, entrano nel cervello e nel cuore della società e della politica.

Come il Futurismo e il suo manifesto, scandiscono il senso di una società e di un secolo:

serve un nuovo prompt all’Occidente.

Un artista che non produce pensiero scritto è solo un artigiano involontario. Chi non è teorico è solo un naïf.

Gli artigiani involontari sono i camerieri del sistema: più fingono di contestarlo, con vittimismo e luddismo, più ne vogliono fare parte; più il sistema li esclude e li usa e getta in maniera esotica.

Il sistema non ha mai avuto paura di un artigiano, né si è mai ispirato alle sue teorie, perché un artigiano non ha teorie né visioni, non propone stili di vita. Un artista sì.

Le soluzioni?

Cominciare subito a creare alleanze con imprese che vogliono posizionamento culturale (non sponsorizzazioni decorative),

ma anche entrare direttamente nei luoghi decisionali urbanistica, educazione, comunicazione pubblica non come decoratori ma come produttori di visione.

Collaborare con partiti politici per proporre programmi culturali, con scuole che vogliono riformarsi, centri di ricerca, tecnologia;

costruire piattaforme editoriali autonome, infrastrutture culturali indipendenti, reti operative tra artisti, scienziati e tecnologi, ma che ambiscano a decidere, per lo meno nel loro settore.

Ampliare gli interventi diretti nello spazio pubblico con obiettivi concreti, sensibili all’opinione pubblica,

e soprattutto imparare a dominare i nuovi media invece di subirli, specie le A.I.

Non comunità che si consolano,

ma organizzazioni che incidono.

Il Rinascimento italiano non è stato una serie di coincidenze irripetibili:

è stato il risultato di una convergenza di élite artistiche, scientifiche, di potere e volontà di potenza.

L’élite, se deve esistere, deve essere nuova, fervente, aspirare all’innovazione, non dico innovativa, ma almeno capace di immaginarla.

Deve costituirsi in strutture autonome, non in scene artistiche autoreferenziali.

Costruire reti politiche e di pensiero, anche in contrasto, non comunità che si consolano.

Bisogna tornare a combattere per riprendersi il caos e dargli una nuova estetica.

La battaglia tra noi non è un litigio: è un campionato che decide il futuro. Un quadro, un’opera, deve tornare a parlare di visioni, e per farlo servono anche le teorie.

Senza conflitto non c’è potenza,

e senza potenza non c’è potere.

L’artista contemporaneo è marginale perché innocuo,

e produce non più pensiero ma oggettistica.

E l’innocuità, a differenza della censura, è una scelta:

è la vera autocensura.

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