Dalle Infinity Rooms alle Installazioni Immersive

 

Yayoi Kusama, una delle figure più riconoscibili e influenti dell’arte contemporanea, è morta all’età di 97 anni. Dai celebri pois alle Infinity Mirror Room, l’artista giapponese ha attraversato oltre settant’anni di storia dell’arte trasformando ossessioni, fragilità e visioni personali in opere entrate nell’immaginario collettivo.

È difficile pensare all’arte contemporanea degli ultimi decenni senza incontrare, prima o poi, i pois di Yayoi Kusama. Un motivo apparentemente semplice, diventato nelle mani dell’artista giapponese uno strumento per raccontare l’infinito, la dissoluzione dell’io, il rapporto con il cosmo e, soprattutto, una complessa esperienza interiore.

Yayoi Kusama è scomparsa all’età di 97 anni lo scorso 14 agosto; la notizia della sua morte è stata resa pubblica il 27 agosto. Si chiude così una carriera lunga oltre settant’anni, durante la quale l’artista ha sperimentato pittura, scultura, performance, cinema e grandi installazioni ambientali, costruendo uno dei linguaggi più immediatamente riconoscibili dell’arte del Novecento e del nuovo millennio.

Yayoi Kusama: addio alla grande artista dei pois
"Opera di Yayoi Kusama” di Susanne Nilsson. Wikimedia Commons, Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 

Yayoi Kusama: dall’infanzia difficile all’arte come necessità

Nata nel 1929 a Matsumoto, nella prefettura giapponese di Nagano, Yayoi Kusama manifesta molto presto un forte interesse per il disegno. Intorno ai dieci anni inizia inoltre a sperimentare quelle visioni e allucinazioni che, come avrebbe raccontato successivamente, avrebbero profondamente influenzato la sua produzione artistica.

La ripetizione di forme, reti e punti diventa progressivamente un modo per tradurre sulla superficie ciò che percepisce nella propria mente. L’arte, per Kusama, non rappresenta quindi soltanto una scelta professionale, ma assume fin dall’inizio il carattere di una necessità.

La sua infanzia è segnata anche da un rapporto difficile con la famiglia. La madre ostacola la sua inclinazione artistica, arrivando, secondo i ricordi della stessa Kusama, a sottrarle fogli e strumenti da disegno. Un clima familiare complesso che contribuisce a plasmare una personalità inquieta e una pratica creativa caratterizzata dall’urgenza della ripetizione.

Il disagio trasformato in arte contemporanea

Nel corso della sua lunga carriera, Yayoi Kusama è riuscita a trasformare esperienze personali, paure e ossessioni in un universo visivo capace di conquistare un pubblico internazionale.

Il rapporto tra creatività e salute mentale attraversa gran parte delle sue opere. Alla fine degli anni Settanta l’artista sceglie di vivere presso il Seiwa Hospital di Tokyo, una struttura psichiatrica, continuando però a lavorare nel proprio studio e a sviluppare nuovi progetti.

La produzione artistica diventa così anche una forma di elaborazione e di controllo delle proprie visioni interiori. Attraverso punti, colori, superfici ripetute e ambienti potenzialmente infiniti, Kusama costruisce un linguaggio nel quale la dimensione spettacolare convive con temi molto più intimi: la paura, la solitudine, la morte, l’annullamento dell’identità e il desiderio di sentirsi parte di qualcosa di universale.

Fino agli ultimi anni le sue opere hanno continuato a essere protagoniste nei principali musei internazionali e in grandi esposizioni. In Italia, tra il 2023 e il 2024, la mostra Infinito Presente al Palazzo della Ragione di Bergamo ha portato per la prima volta nel Paese Fireflies on the Water, una delle sue celebri Infinity Mirror Room, proveniente dal Whitney Museum of American Art di New York.

 

Yayoi Kusama a New York: l’incontro con l’avanguardia americana

Un momento decisivo nella storia di Yayoi Kusama arriva alla fine degli anni Cinquanta, quando lascia il Giappone e si trasferisce a New York.

La città è allora uno dei centri più vitali della ricerca artistica internazionale. Sono gli anni dell’Espressionismo astratto, delle nuove sperimentazioni e, poco dopo, dell’affermazione della Pop Art e della Factory di Andy Warhol.

In questo ambiente Kusama riesce gradualmente a conquistare l’attenzione della critica, nonostante le difficoltà incontrate come donna e artista asiatica nel sistema dell’arte americano dell’epoca. A farla conoscere sono inizialmente soprattutto le grandi tele degli Infinity Nets, superfici costruite attraverso la ripetizione quasi ossessiva dello stesso gesto pittorico.

La Brata Gallery rappresenta uno dei primi luoghi importanti per la sua affermazione sulla scena newyorkese.

 

Le Infinity Mirror Room e la nascita di un’icona dell’arte contemporanea

Nel 1965 Yayoi Kusama presenta Infinity Mirror Room – Phalli’s Field, opera destinata a diventare un punto di svolta nella sua carriera.

All’interno di uno spazio rivestito di specchi, l’artista dispone una moltitudine di forme morbide e tentacolari ricoperte di pois. I riflessi moltiplicano gli oggetti e lo spazio circostante, cancellando apparentemente i confini della stanza e trascinando lo spettatore all’interno di un ambiente senza fine.

Nasce così il principio delle Infinity Mirror Room, che Kusama svilupperà in numerose varianti nel corso dei decenni successivi. Molto prima dell’attuale diffusione delle mostre immersive, l’artista aveva intuito le possibilità di un’arte capace di coinvolgere fisicamente il visitatore e di modificare la sua percezione dello spazio.

Nello stesso periodo Kusama sperimenta anche con performance e happening, spesso caratterizzati dalla presenza di corpi ricoperti di pois. La sua attività si intreccia inoltre con l’impegno politico e sociale: negli Stati Uniti prende posizione contro la guerra in Vietnam e interviene sui temi della libertà sessuale, delle discriminazioni razziali e di genere e dei diritti delle persone omosessuali.

Yayoi Kusama: addio alla grande artista dei pois
Opera di Yayoi Kusama, Dots Obsession, 2013-2016. Foto di  M.Ahmadani. Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0

Il ritorno in Giappone e la riscoperta internazionale

Nel 1975 Yayoi Kusama torna in Giappone. Il rientro non coincide però con un immediato riconoscimento nel suo Paese d’origine. Per un periodo l’artista si dedica anche alla scrittura, mentre attraversa una fase particolarmente difficile sul piano psicologico.

A partire dalla fine degli anni Ottanta, tuttavia, l’interesse internazionale nei confronti del suo lavoro torna a crescere. Una tappa fondamentale è la retrospettiva organizzata nel 1989 dal Center for International Contemporary Arts di New York.

Nel 1993 arriva poi una consacrazione decisiva: Yayoi Kusama rappresenta il Giappone alla Biennale di Venezia. È in questo contesto che anche le sue celebri zucche acquistano una nuova centralità, diventando negli anni successivi uno dei soggetti più riconoscibili della sua produzione.

Le opere più famose di Yayoi Kusama: pois, zucche e infinito

Dipinti, sculture, installazioni, film e performance: la produzione di Kusama attraversa tecniche e linguaggi molto diversi, mantenendo però alcuni elementi costanti.

La ripetizione è probabilmente il principio fondamentale delle sue opere. Pois, reti, forme organiche, fiori e zucche vengono moltiplicati fino a occupare interamente la superficie o lo spazio, suggerendo l’idea di un universo potenzialmente senza confini.

Tra i grandi temi della sua ricerca ritornano continuamente l’infinito, l’accumulazione, la natura, il cosmo, la morte, la solitudine e l’energia vitale.

Le Infinity Mirror Room costituiscono la manifestazione più spettacolare di questa poetica. Tra gli esempi più conosciuti figurano Infinity Mirrored Room – Filled with the Brilliance of Life, presentata alla Tate Modern, e Fireflies on the Water del 2002, dove piccole luci sospese si moltiplicano attraverso l’acqua e le superfici specchianti.

Nel 2020 il Yayoi Kusama Museum di Tokyo ha inoltre presentato A Wish for Human Happiness Calling from Beyond the Universe. Durante gli anni della pandemia l’artista ha proseguito la propria ricerca lavorando anche alla serie Every Day I Pray for Love.

Yayoi Kusama: addio alla grande artista dei pois
Installazione di Yayoi Kusama Pumpkin, 2010 (acciaio inossidabile).
Foto di
See-ming Lee. Wikimedia Commons
Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0
Yayoi Kusama: addio alla grande artista dei pois
Yayoi Kusama, mostra al museo d'arte moderna Louisiana, Danimarca.
Foto di Kristoffer Trolle. Wikimedia Commons license
Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0

Yayoi Kusama nei musei e nella cultura pop

Oggi le opere di Yayoi Kusama fanno parte delle collezioni di alcune delle più importanti istituzioni museali internazionali, dal Museum of Modern Art di New York alla Tate Modern di Londra, fino al National Museum of Modern Art di Tokyo.

Ma l’influenza dell’artista ha da tempo superato i confini tradizionali dell’arte contemporanea.

Nel 1994 collabora con Peter Gabriel per il videoclip di Lovetown, mentre particolarmente importante diventa il rapporto con il mondo della moda e soprattutto con Louis Vuitton.

La prima grande collaborazione con la maison risale al 2012, durante la direzione creativa di Marc Jacobs, con una collezione dominata dagli inconfondibili pois di Kusama. Il progetto viene rilanciato nel 2023 su scala globale, trasformando boutique, vetrine e spazi pubblici in grandi installazioni ispirate al suo universo visivo.

Dalle monumentali zucche alle facciate ricoperte di pois, fino alla riproduzione robotica dell’artista intenta a dipingere nelle vetrine degli store di New York e Parigi, l’estetica di Kusama diventa così un fenomeno globale a metà strada tra arte, moda e cultura popolare.

Yayoi Kusama oltre i pois: l’eredità di una grande artista

La straordinaria popolarità raggiunta negli ultimi anni ha reso Yayoi Kusama una delle artiste più riconoscibili al mondo. La parrucca rossa, gli abiti a pois, le zucche monumentali e le Infinity Mirror Room sono diventati elementi di un immaginario immediatamente identificabile anche da chi frequenta poco il mondo dell’arte.

Questa enorme visibilità rischia però di semplificare una ricerca molto più complessa.

Dietro la dimensione spettacolare e fotogenica delle sue installazioni rimane infatti una riflessione profondamente personale sull’ossessione, sulla paura della morte, sulla solitudine, sulla perdita dei confini dell’io e sul rapporto tra creatività e sofferenza psichica.

È proprio qui che emerge uno degli aspetti più affascinanti dell’eredità di Kusama: un linguaggio nato anche come strumento personale per affrontare le proprie fragilità è diventato uno degli immaginari più diffusi, riconoscibili e commercializzati dell’arte contemporanea.

Con la morte di Yayoi Kusama si chiude una delle carriere più lunghe e singolari dell’arte tra Novecento e XXI secolo. Restano le sue opere, i suoi spazi infiniti e quell’universo di punti attraverso il quale l’artista ha cercato, per tutta la vita, di superare i confini dell’individuo e trasformare l’esperienza personale in un linguaggio universale.

*Tutte le immagini presenti nel blog sono utilizzate esclusivamente per finalità informative e critiche. I diritti appartengono ai rispettivi autori e aventi diritto. La galleria rimane a disposizione degli stessi per eventuali rettifiche, citazioni specifiche o rimozioni immediate su richiesta.