Kore-eda sopra tutti, seguito da Tsukamoto e Wenders
La Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno si è pienamente dimostrata un’edizione di livello altissimo, con grandi nomi ma soprattutto grandi film. Per noi il cinema d’autore è qualcosa di più di un prodotto cinematografico perfetto: non deve essere un prodotto e tantomeno perfetto, ma un’opera totale, libera e senza compromessi in cui lo sguardo dell’autore diventa immediatamente riconoscibile. Ed è per questo che il nostro Leone d’Oro personale va, senza esitazioni, a Hirokazu Kore-eda, regista, sceneggiatore e montatore di “Look Back”.
Prendendo spunto dalla classifica pubblicata da Sentieri Selvaggi, proviamo anche noi a mettere ordine tra i film che abbiamo visto alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Una premessa importante: non siamo critici cinematografici e questa classifica è semplicemente il resoconto dei film che abbiamo amato di più e di ciò che pensiamo abbia un valore che valga la pena di essere condiviso: non soltanto un film perfettamente realizzato, ma la sensazione di trovarci davanti alla visione irripetibile di un autore.
Alla fine, Venezia 83 ci lascia soprattutto una domanda: quando un film smette di essere semplicemente un bel film e diventa un’opera d’arte? Forse la presentazione di questi film può fornire qualche spunto per una risposta.
1.LOOK BACK – Hirokazu Kore-eda
10 e lode
Per noi non c’è stata partita.
Look Back è il capolavoro di Venezia 83: un’opera d’arte che parla dell’arte, del bisogno quasi fisico di creare, della disciplina e della tenacia necessarie per trasformare un talento in una forma espressiva.
Fujino e Kyomoto disegnano. Disegnano per ore, giorni, anni. E Kore-eda riesce a rendere cinematografico proprio ciò che sembrerebbe impossibile raccontare: il processo creativo. Il gesto ripetuto della matita, il confronto con qualcuno più bravo di noi, l’ambizione, la frustrazione e quella misteriosa necessità che spinge un artista a continuare.
È un film poetico senza mai essere manierista. Un film sull’amicizia, sulla perdita e sulla vocazione, ma soprattutto un dipinto in movimento.
2. MR. NELSON, DID YOU KILL PEOPLE? – Shinya Tsukamoto
9
Che il regista di Tetsuo: The Iron Man potesse realizzare quasi quarant’anni dopo uno dei più potenti film contro la guerra degli ultimi anni è già qualcosa di straordinario.
Tsukamoto parte dalla storia dell’ex marine Allen Nelson per raccontare la distruzione dell’innocenza e ciò che la guerra lascia dentro chi sopravvive.
Duro, violentissimo e poetico contemporaneamente.
È quasi impossibile non pensare a Full Metal Jacket. A tratti sembra addirittura di assistere al suo ideale secondo capitolo: là Kubrick mostrava la macchina militare trasformare un ragazzo in soldato; qui Tsukamoto mostra ciò che resta dell’uomo quando quella macchina ha finito il proprio lavoro.
Cinema politico senza proclami, pacifista senza retorica.
3. FROM INSIDE OUT – THE ARCHITECTURE OF PETER ZUMTHOR – Wim Wenders
8.5
Un altro film che parla d’arte e del processo attraverso il quale l’arte prende forma.
Wim Wenders ha seguito Peter Zumthor per oltre quattordici anni, costruendo un film nel quale l’architettura non viene semplicemente spiegata: viene attraversata.
La materia, la luce, il suono, le superfici e il rapporto tra un edificio e il paesaggio diventano cinema. Zumthor costruisce attraverso pietra, cemento, legno, acqua e luce; Wenders ricostruisce quelle stesse sensazioni attraverso immagini, movimento, suono e tempo.
Dopo Pina, Il sale della terra e i suoi precedenti incontri con l’architettura, uno dei più grandi registi del Novecento (e per noi forse il più grande cineasta vivente) dimostra ancora una volta che il documentario può diventare cinema allo stato puro.
IL GRANDE GRUPPO DEGLI 8
Ed è qui che si capisce quanto fosse alto il livello di Venezia 83. Nonostante secondo noi manchi qualcosa perché siano considerate opere d’arte, è indubbio il fatto che siano dei grandi film che affrontano varie tematiche in modi diversi ma sempre con qualità e una giusta forza narrativa.
POSSIBLE LOVE – Lee Chang-dong
Due coppie sposate, due mondi che si incontrano attraverso la macchina da presa: un lavoratore licenziato e sua moglie, una documentarista e suo marito. Mentre collaborano alla realizzazione di un film, le loro strade si intrecciano, rivelando differenze profonde e desideri inconfessati.
Il ritorno di Lee Chang-dong dopo Burning: 164 minuti di cinema adulto, complesso e stratificato, che osserva due coppie e le loro vite senza mai spiegare allo spettatore cosa debba pensare. Un film enorme, nel senso migliore del termine.
WILD HORSE NINE – Martin McDonagh
McDonagh prende due agenti della CIA, li porta sull’Isola di Pasqua nel 1973 e costruisce intorno a John Malkovich e Sam Rockwell un film nerissimo, divertente e profondamente politico.
Come se non bastasse McDonagh introduce apertamente nella fiction la tesi del coinvolgimento della CIA nella faccenda dell’assassinio di Kennedy. Un passaggio sorprendente e ardito che merita di essere sottolineato. Una verità storicamente ancora non accertata naturalmente (a quando la desecretazione completa dei documenti riservati?), ma una scelta narrativa fortissima. Possibile che un elemento del genere sia passato quasi inosservato nel dibattito mainstream sul film?
RETURN TO BUENOS AIRES – Marco Bechis
Marco Bechis torna alla ferita della dittatura militare argentina e dei desaparecidos attraverso Mariano Guerra, interpretato magnificamente da Adriano Giannini, che rientra a Buenos Aires dopo trentatré anni per testimoniare contro i suoi torturatori.
Un racconto doloroso del fascismo argentino, della memoria e soprattutto della colpa di chi è sopravvissuto quando tanti altri non sono tornati.
Un grandissimo film politico: essenziale, personale, necessario.
WOMAN UNKNOWN – May el-Toukhy
Marie sta per sposare Christian, il ricco vedovo per cui lavora come domestica e bambinaia. Ma la relazione che ha avuto durante la Guerra con un tedesco potrebbe mandare tutto in frantumi: Ora, nell’anarchia del dopoguerra, quel passato cerca di tornare, ma Marie è pronta a tutto pur che questo non succeda.
Il Leone d’Oro ufficiale della Mostra è un prodotto cinematografico praticamente impeccabile: regia solidissima, splendida fotografia, grandi interpretazioni, sceneggiatura ben costruita.
Forse due premi sono troppi, ma è difficile negarne la qualità.
Eppure è proprio in questo film pluripremiato che emerge la differenza che sta alla base della nostra classifica: quella tra una magnifica produzione perfettamente realizzata e un’opera d’autore totale.
È come confrontare il Duomo di Milano con il San Carlo alle Quattro Fontane di Borromini.
Entrambi sono capolavori. Ma il Duomo è il risultato dell’ingegno e del lavoro di centinaia di persone attraverso i secoli; entrando nel San Carlino, invece, si avverte immediatamente una mente: Borromini. Quella mente e nessun’altra.
Woman Unknown è il Duomo di Milano.
Noi continuiamo a preferire il San Carlino.
MENZIONE D’ONORE
IL MESTIERE – Beppe Tufarulo
In tempi di sovrabbondanza dell’offerta cinematografica, di piattaforme streaming e di prodotti confezionati con una perfezione tecnica ormai quasi un film come Il Mestiere ci ricorda perché il cinema indipendente continua ad avere un senso.
Beppe Tufarulo realizza al di fuori dei riflettori del Concorso principale, per le Notti Veneziane, un film pazzo, difficile, profondamente italiano, impossibile da confondere con qualcos’altro. Un’opera che mescola western, fiaba nera, realismo e grottesco attraversando un Sud lunare e fuori dal tempo, sostenuta da attori straordinari e da una musica fantastica.
Ma soprattutto dimostra una cosa che oggi non è affatto scontata: è ancora possibile realizzare un film senza compromessi
Succede quando produttori illuminati credono davvero nella visione di un autore. Quando qualcuno — come Marcello Paolillo e Art of Panic, insieme agli altri produttori del progetto — decide di lasciare spazio alla follia e alla libertà creativa, senza trasformare ogni scelta in un calcolo preventivo sul mercato, sulla distribuzione o sull’algoritmo.
Non tutto deve necessariamente essere pensato per piacere a tutti.
Qualche volta il cinema deve poter essere strano, imperfetto, rischioso, persino respingente. Deve poter esistere semplicemente perché un autore ha qualcosa che sente il bisogno di mettere sullo schermo.
Il Mestiere è esattamente questo.
Questi sono i film per cui vale ancora la pena andare al cinema.
Per una lettura critica molto più ampia e competente di Venezia 83 rimandiamo volentieri agli amici e ai veri esperti di Sentieri Selvaggi, dalla cui classifica abbiamo preso spunto per questo articolo:
Venezia 83: i film di Kore-eda e Lav Diaz sono i più amati da Sentieri Selvaggi
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