Nuove proteste annunciate per il 17 luglio mentre le tensioni continuano a crescere.
La Biennale di Venezia continua a essere uno dei luoghi in cui le tensioni geopolitiche si riflettono con maggiore intensità sul mondo dell’arte: dagli scioperi dei lavoratori culturali alla chiusura di diversi padiglioni nazionali, dai cortei pro-pal contro il padiglione israeliano fino alla manifestazione delle Pussy Riot contro quello russo. Le mobilitazioni popolari non hanno caratterizzato solo i giorni di apertura della 61ª Esposizione Internazionale, ma resistono, e proprio in questi giorni sono state annunciate nuove proteste che riportano all’attenzione pubblica questioni che abitano la nostra contemporaneità.
Il padiglione del Belgio durante lo sciopero dell’8 maggio Foto Jennifer 8. Lee/WikiPortraits
Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0
Il padiglione del Belgio durante lo sciopero dell’8 maggio (Wikimedia Commons)
“Il 17 luglio ci uniamo alla mobilitazione contro la visita dell’ambasciatore statunitense Tilman Fertitta, rappresentante di Trump in Italia, che arriva a Venezia a bordo del suo superyacht da 450 milioni di dollari, mentre gli Stati Uniti continuano ad armare, finanziare e proteggere politicamente il genocidio israeliano in Palestina.”
Questo è ciò che ha dichiarato ANGA in un recente post Instagram, che al momento rappresenta l’ultimo capitolo di una Biennale attraversata da polemiche senza precedenti. La rete Art Not Genocide Alliance (ANGA), insieme a sindacati e gruppi internazionali di artisti, aveva già promosso uno sciopero culturale di 24 ore l’8 maggio per chiedere l’esclusione della partecipazione israeliana dalla manifestazione, a sostegno della Palestina. L’iniziativa aveva portato alla chiusura temporanea di numerosi padiglioni nazionali, tra cui quelli di Austria, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Giappone e Corea del Sud.
Ancora prima dell’apertura, oltre duecento artisti e curatori avevano firmato una lettera aperta chiedendo che fossero esclusi anche Stati Uniti e Russia, sostenendo che la Biennale non potesse mantenere una posizione di neutralità nei confronti di governi accusati, a diverso titolo, di violazioni del diritto internazionale.
Il padiglione dei Paesi Bassi durante lo sciopero dell’8 maggio. Foto Jennifer 8. Lee/WikiPortraits Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0
Date queste premesse, l’imminente arrivo dell’ambasciatore Fertitta rischia ora di riaccendere le tensioni. Imprenditore miliardario e proprietario della catena di ristoranti Landry’s, Fertitta dovrebbe raggiungere Venezia a bordo del suo yacht Boardwalk, lungo 117 metri, nell’ambito di un tour diplomatico lungo le coste italiane in “celebrazione del 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti”. Proprio questa visita è stata scelta dagli attivisti come occasione per rilanciare le proteste contro la politica estera americana e il sostegno di Washington al governo israeliano.
“Rifiutiamo la normalizzazione culturale del genocidio. Rifiutiamo la militarizzazione delle nostre città. Rifiutiamo la conquista di Venezia da parte di oligarchi, profittatori di guerra e rappresentanti del potere imperiale.”
Così prosegue l’appello di ANGA, un invito a non minimizzare l’evento ma a coglierne la portata simbolica nei confronti della città di Venezia e della geopolitica internazionale. Collettivi pro-Palestina e organizzazioni di lavoratori della cultura hanno convocato una giornata di mobilitazione, collegando il significato politico della presenza dell’ambasciatore alla permissività del governo e delle istituzioni che consentono questa presenza ingombrante in una città che più volte è stata teatro di controversie di questo tipo (la più recente costituita dallo sfarzoso matrimonio di Jeff Bezos e Lauren Sanchez).
Artisti in sciopero al Padiglione del Giappone l’8 maggio. Foto Jennifer 8. Lee/WikiPortraits Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0
Oltre alla protesta organizzata, in questi giorni a Venezia è comparso uno striscione con la scritta “Venezia non si usa – No war, fuck Trump, fuck Fertitta”, srotolato lungo Riva dei Sette Martiri. L’iniziativa è stata portata avanti dal centro sociale veneziano ‘Laboratorio Occupato Morion’, che espone alla città e sui social media uno striscione lungo 117 metri, corrispondente alla lunghezza dello yacht di Fertitta: un’azione che, anche nelle sue misure, lancia un messaggio di protesta che, per tutti i soggetti coinvolti, è fondamentalmente lo stesso: “FREE PALESTINE. VENEZIA NON SI USA.”
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