il ritorno tra arte, sculture, installazioni e nuove contestazioni
Il Padiglione Israele alla Biennale d’Arte 2024
A meno di un anno dall’inaugurazione della Biennale di Venezia 2026, la conferma della partecipazione di Israele riporta al centro del dibattito il rapporto tra arte contemporanea, politica e responsabilità istituzionale. Dopo l’assenza di fatto del 2024 – quando il Padiglione israeliano rimase chiuso per tutta la durata della manifestazione – lo Stato ebraico annuncia il proprio ritorno con un progetto che, ancora prima di essere presentato ufficialmente, ha già acceso forti polemiche internazionali.
La presenza israeliana alla prossima Biennale non avverrà negli storici Giardini, dove il padiglione nazionale è attualmente interessato da lavori di ristrutturazione, ma negli spazi dell’Arsenale. Una scelta logistica che assume inevitabilmente anche un valore simbolico, data la concentrazione di padiglioni di Paesi mediorientali in quell’area dell’esposizione.
Il Padiglione Israele alla Biennale d’Arte 2024
A rappresentare Israele sarà Belu-Simion Fainaru, artista nato a Bucarest nel 1959 e trasferitosi in Israele nei primi anni Settanta. Attivo tra Haifa e Anversa, Fainaru è noto per una pratica che attraversa scultura, installazione e video, e che affronta temi complessi come identità, esilio, memoria e tradizione ebraica, con frequenti riferimenti alla filosofia e alla mistica. Nel 2025 gli è stato conferito l’Israel Prize, uno dei massimi riconoscimenti culturali del Paese.
L’annuncio della sua partecipazione alla Biennale di Venezia 2026 non è ancora stato formalizzato dal Ministero della Cultura israeliano, ma è circolato pubblicamente attraverso i canali social di uno dei curatori coinvolti, Sorin Heller. Quanto è bastato per riaccendere un confronto già molto acceso, in un contesto geopolitico che resta estremamente critico.
Belu-Simion Fainaru, Rose of Nothingness, 2015
Il perdurare della crisi umanitaria a Gaza, con un bilancio di vittime che continua a crescere anche dopo il cosiddetto cessate il fuoco, rende la partecipazione israeliana particolarmente sensibile. Diversi collettivi e gruppi di artisti hanno espresso una netta opposizione, chiedendo nuovamente l’esclusione dello Stato di Israele dalla manifestazione.
Tra le voci più attive c’è il collettivo ANGA – Art Not Genocide Alliance, già protagonista delle proteste durante la Biennale d’Arte 2024. In quell’occasione, il Padiglione affidato all’artista Ruth Patir rimase chiuso come forma di presa di posizione politica, segnando uno degli episodi più controversi nella storia recente della Biennale di Venezia. Oggi ANGA torna a definire il padiglione israeliano come un “Genocide Pavilion”, rinnovando l’appello al boicottaggio istituzionale. Una posizione che si inserisce nel solco delle campagne promosse dal PACBI, il movimento palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele.
Di fronte alle richieste di esclusione, la Biennale di Venezia ha ribadito la propria linea: l’istituzione non può impedire la partecipazione di Paesi riconosciuti dallo Stato italiano. Un principio già applicato in passato, che ha permesso la presenza di nazioni coinvolte in conflitti internazionali e che, allo stesso tempo, ha impedito l’esistenza di un padiglione nazionale ufficiale per la Palestina, presente solo attraverso eventi collaterali.
Nel dibattito, Fainaru ha espresso una posizione contraria al boicottaggio, sostenendo che l’arte debba rimanere uno spazio di confronto e apertura, non di esclusione. Secondo l’artista, la Biennale di Venezia rappresenta un luogo in cui il dialogo può ancora avvenire, anche in condizioni di forte tensione politica.
Belu-Simion Fainaru, Rose of Nothingness, 2015
Il progetto presentato da Fainaru per il 2026, intitolato Rose of Nothingness, sarà curato da Sorin Heller e Avital Bar-Shay, con cui l’artista aveva già collaborato in passato. L’installazione, concepita originariamente nel 2015, ruota attorno al tema dell’acqua e della trasformazione: sedici tubi rilasciano lentamente un liquido scuro in una vasca, creando un’immagine densa di riferimenti simbolici. Il numero rimanda alla Cabala, mentre l’acqua nera evoca il “latte nero” della poesia di Paul Celan.
Descritta come una sorta di “pagina talmudica spaziale”, l’opera invita lo spettatore a un’esperienza di attesa, silenzio e contemplazione, in cui tempo e percezione diventano parte integrante del lavoro.
Esporre all’interno di un edificio storico dell’Arsenale, anziché in un padiglione moderno, secondo Fainaru apre a un dialogo più stratificato con lo spazio e con i Paesi vicini, come Emirati Arabi Uniti, Turchia e Arabia Saudita. Una collocazione che rafforza inevitabilmente anche la lettura geopolitica della partecipazione israeliana, rendendo la Biennale di Venezia 2026 uno dei principali punti di osservazione del rapporto tra arte contemporanea, istituzioni e conflitti globali.