Sfida al mondo dell’arte: critica, attivismo e il legame con l’industria militare

Durante Performative05, un evento d’arte organizzato dal museo MAXXI dell’Aquila e che ha coinvolto artisti vari, l’artista italiana Sara Leghissa ha trasformato la sua performance in una potente dichiarazione. Mentre molti artisti partecipano a tali eventi per mostrare le proprie opere o esplorare concetti estetici, Leghissa ha utilizzato il suo invito per criticare il mondo dell’arte stesso. Inizialmente indecisa sul fatto di partecipare o meno, ha colto l’occasione per creare un momento di denuncia delle istituzioni culturali del suo Paese e del loro intreccio con l’industria bellica.

Leghissa ha infatti utilizzato lo spazio d’affissione concessole per esporre frasi che mettono esplicitamente in luce i legami tra il sistema dell’arte e gli interessi del complesso militare-industriale, attirando l’attenzione su un inquietante intreccio tra cultura, commercio e violenza. Al centro della sua critica è il museo MAXXI di Roma, che l’artista ha accusato di complicità nella violenza in corso in Palestina. Secondo Leghissa, una delle recenti mostre del museo è stata ideata in collaborazione con la fondazione culturale di un produttore d’armi italiano, una partnership che ha di fatto legato l’istituzione agli interessi dell’industria della difesa.

La mostra criticata è Mediterranea. Visioni di un mare antico e complesso, resa possibile grazie al contributo della Fondazione Med-Or, creata da Leonardo S.p.A., l’azienda italiana che produce equipaggiamenti militari, tecnologie aerospaziali, satelliti e sistemi di sicurezza. Insieme a essa, il MAXXI ha collaborato anche con l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e l’Agenzia Spaziale Europea (ESA), che hanno fornito immagini e dati satellitari; i partner tecnologici erano Telespazio (una joint venture tra Leonardo e Thales, società di servizi satellitari) ed e-GEOS (azienda specializzata nell’osservazione della Terra).

La collaborazione del museo con un produttore di armi costituisce una forma di art washing, un termine usato per descrivere il modo in cui le corporazioni si servono della cultura per migliorare la propria immagine pubblica; e, ancor peggio, impegnandosi con una fondazione legata alla produzione militare, le istituzioni rischiano di normalizzare o addirittura sostenere pratiche che producono sofferenza umana. In questo caso specifico, Sara Leghissa ha accusato il MAXXI di sostenere la violenza sistemica contro i palestinesi, poiché parte dell’equipaggiamento militare utilizzato nella guerra è prodotto proprio da Leonardo S.p.A. e dagli altri partner.
“La mostra Mediterranea. Visioni di un mare antico e complesso è direttamente coinvolta nel genocidio del popolo palestinese”; “Il museo MAXXI è partner di Leonardo S.p.A., Agenzia Spaziale Italiana ed e-GEOS, direttamente coinvolti nel genocidio del popolo palestinese”; “L’intero sistema infrastrutturale in Palestina è demolito. Ospedali, scuole, università, biblioteche. È legale?”. Sono alcune delle frasi con cui Leghissa ha formulato la sua potente dichiarazione di accusa, e le foto della performance possono essere viste sul suo personale profilo social, bensì non su quello del museo, che ha invece pubblicato foto e video degli altri artisti che si sono esibiti durante l’evento. Inoltre, leggendo alcuni commenti sui social network, alcune persone che hanno assistito alla performance hanno raccontato che, più tardi nello stesso giorno, un furgone è stato parcheggiato proprio davanti ai manifesti, come se qualcuno volesse nasconderli.

Sara Leghissa la performance al Museo Maxxi dell'Aquila
Sara Leghissa la performance al Museo Maxxi dell'Aquila
Sara Leghissa la performance al Museo Maxxi dell'Aquila

La responsabilità dei musei nella società di oggi

Questa situazione porta inevitabilmente con sé un’altra implicazione: i visitatori della mostra potrebbero non essere consapevoli di tali connessioni e diventare, involontariamente, complici nel finanziare enti che lucrano sui conflitti armati. Questo caso può infatti essere occasione per riflettere sulla responsabilità delle istituzioni culturali in un’epoca di globalizzazione e sponsorizzazioni: l’intersezione tra arte, imprese private e politica aumenta infatti il rischio di compromettere i valori dei musei, un tipo di istituzione che dovrebbe rappresentare un luogo in cui il pubblico si interfaccia con l’arte e la cultura, e non un luogo di relazioni ambigue. Inoltre, la critica di Leghissa è un avvertimento sul fatto che tali relazioni possono avere conseguenze reali (e molto gravi), ed è anche un invito ad essere più vigili: rapportarsi al mondo della cultura in modo critico, chiedersi chi trae beneficio dall’arte che fruiamo e considerare le conseguenti implicazioni etiche.

Sara Leghissa la performance al Museo Maxxi dell'Aquila
Sara Leghissa la performance al Museo Maxxi dell'Aquila

Il confine tra arte, morale e politica

La performance di Sara Leghissa durante Performative05 non è stata solo un gesto artistico, ma anche un atto di responsabilità morale. Denunciando pubblicamente i legami tra il MAXXI e l’industria degli equipaggiamenti militari, ha sfidato le istituzioni culturali e il pubblico a riflettere sul ruolo dell’arte nella società. La sua critica ci apre ad una sfida difficile ma necessaria: riconsiderare la neutralità degli spazi culturali, interrogarsi sulle fonti di finanziamento artistico e affrontare il fatto che, sempre più spesso, l’arte difficilmente si separa dalla politica del contesto in cui viene prodotta.

Attraverso la sua performance, Leghissa ha infatti esemplificato come l’arte contemporanea, essendo uno specchio della società, possa essere utilizzata come strumento di riflessione etica, e ha sollevato domande che tutti dovremmo cercare di affrontare: i musei dovrebbero accettare partnership con aziende le cui pratiche sono eticamente ambigue? È possibile separare l’arte dagli interessi dei suoi finanziatori, oppure tali collaborazioni sono inevitabilmente politiche?