Da Berlino a Milano, una retrospettiva esplora vita, trauma e attivismo

“Since October 7th, I’ve found it hard to breathe. The last year has been Palestine and Lebanon for me. I feel the catastrophe in my body, but it’s not in this show.” Con queste parole, la fotografa americana Nan Goldin ha inaugurato la sua retrospettiva a Berlino, This will not end well, ospitata dalla Neue Nationalgalerie tra novembre 2024 e aprile 2025. La stessa mostra è migrata a Milano, negli spazi dell’Hangar Bicocca, e, inaugurata l’11 ottobre, sarà visitabile fino al 15 febbraio 2026. Il discorso tenuto a Berlino è stato intenso, e dice molto del tempo in cui viviamo, un tempo in cui prendere posizione può costare caro, anche nel mondo dell’arte contemporanea.

Nata a Washington nel 1953 e cresciuta in una famiglia ebrea segnata da traumi e disagi, Goldin ha saputo sfruttare la propria vita rendendola il soggetto di un forte linguaggio visivo. La fotografia è stata per lei un atto di sopravvivenza, un modo per affrontare le difficoltà che gli si ponevano davanti, immortalando la sua quotidianità in modo crudo, senza filtri. Goldin cominciò infatti a documentare la sua comunità di amici, amanti, artisti e tossicodipendenti, e da quella esperienza nacque la sua opera più celebre, The Ballad of Sexual Dependency (1986): una sorta di diario visivo composto da centinaia di foto capaci di narrare le controversie vissute personalmente, ma, allo stesso tempo, condivise da un’intera generazione, quella degli anni ’70 e ‘80, di cui Goldin ha abilmente delineato un evocativo ritratto. E proprio per questo, le sue fotografie sono diventate così delle autentiche icone di un’epoca.

Nan Goldin arresto
Nan Goldin
Nan Goldin e l'attivismo

Nan Goldin artista-attivista

Nan Goldin non è soltanto un’artista radicale: il suo essere sfacciata e senza filtri si traduce nella sua capacità di esporsi e fare attivismo, usando la sua arte come strumento di impegno politico e sociale. Negli anni Ottanta, fu tra le prime a documentare la devastazione dell’epidemia di AIDS, ritraendo amici e amanti colpiti dal virus, in un’epoca in cui il tema era ancora circondato da stigma e paura. Più tardi, denunciò le disuguaglianze nel mondo dell’arte, spesso dominato da élite maschili e capitali privati. Nel 2017 fondò P.A.I.N. (Prescription Addiction Intervention Now), un’organizzazione nata per denunciare la famiglia Sackler, proprietaria di Purdue Pharma, accusata di aver alimentato la crisi degli oppioidi negli Stati Uniti con l’OxyContin. Goldin, che aveva vissuto in prima persona la dipendenza da farmaci, portò la sua protesta dentro i musei, organizzando azioni di disobbedienza artistica al Guggenheim di New York, al Louvre e, ancora, al Victoria&Albert di Londra, dimostrando così che l’arte può essere uno spazio politico, un luogo dove la bellezza non si separa dall’attualità e dalle sue controversie.

La presa di posizione nella situazione Israele-Palestina e le conseguenze tra arte e mercato

Da mesi, Nan Goldin si è esposta apertamente in sostegno della causa palestinese, partecipando a manifestazioni e dichiarando la propria solidarietà alle vittime di Gaza e del Libano. In un’intervista riportata da Artribune, l’artista ha raccontato con amarezza che il suo mercato “è crollato da un giorno all’altro per il mio sostegno alla Palestina. Ho scoperto che molti ricchi collezionisti di New York sono sionisti.” Parole che fanno discutere, ma che rivelano una realtà spesso taciuta: il mondo dell’arte, pur apparendo progressista, è profondamente intrecciato con il potere economico e politico, e chi si espone troppo rischia di essere escluso, silenziato e dimenticato. Nel caso di Goldin, la sua posizione non è un gesto improvvisato, ma l’estensione naturale di una vita intera dedicata a dare voce a chi non ce l’ha, perché per lei schierarsi non è questione di seguire una vuota ideologia, bensì un atto morale.

Il caso Goldin solleva quindi una domanda scomoda: fino a che punto un artista può permettersi di essere libero? In un sistema in cui gallerie, collezionisti e fondazioni determinano la visibilità e il valore delle opere, la libertà di espressione è spesso subordinata agli interessi economici, e l’arte che si fa attivismo rischia di dare fastidio ai poteri politici, diventando improvvisamente inopportuna. Goldin rappresenta così una figura rara, quella di un’artista disposta a rischiare il proprio successo per coerenza etica: il suo gesto e le sue conseguenti perdite economiche ricordano che l’arte non può essere neutrale, e che il successo e i soldi non contano di fronte a grandi ingiustizie.

Nan Goldin proteste alla sua mostra a Berlino

Il suo sguardo, che un tempo raccontava l’amore e la dipendenza nei loft di New York, oggi si estende fino a Gaza e Beirut, perché sente che la sofferenza è universale e che un artista non può ignorare questo grido collettivo. Oggi Nan Goldin ha settantadue anni, e continua a lottare con la stessa urgenza di sempre, dimostrando che l’arte, pur diventando sempre più un nuovo passatempo dei ricchi alla mercé delle regole di mercato, è in primis un potente linguaggio capace non solo di narrare la società, ma anche di evidenziarne quelle crepe che alcuni vogliono tenere nascoste.