Helter Skelter alla Fondazione Prada di Venezia

da | Ott 13, 2026

Arthur Jafa and Richard Prince Explore America

 

Durante la Biennale di Venezia 2026, Ca’ Corner della Regina ospita una delle mostre più intense della stagione: Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince. Curata da Nancy Spector, l’esposizione mette per la prima volta in dialogo due protagonisti dell’arte contemporanea americana, accomunati da un uso radicale dell’appropriazione e da un interesse per le immagini che hanno costruito, nel bene e nel male, l’immaginario degli Stati Uniti.

Oltre cinquanta opere tra fotografie, video, dipinti, sculture e installazioni occupano il piano terra e il primo piano della sede veneziana di Fondazione Prada, costruendo un ritratto dell’America fatto di musica, sottoculture, razza, violenza, celebrità, desiderio e cultura popolare.

Più che una doppia retrospettiva, Helter Skelter è un confronto tra due modi differenti di osservare lo stesso Paese.

Helter Skelter a Venezia: Arthur Jafa e Richard Prince raccontano l'America alla Fondazione Prada

Fondazione Prada, Helter Skelter. Arthur Jafa & Richard Prince, Venezia, Esposizione. Foto di Marco Cappelletti, courtesy Fondazione Prada

Arthur Jafa e Richard Prince: due artisti, un archivio infinito di immagini

Nato nel Mississippi nel 1960, Arthur Jafa sviluppa da oltre trent’anni una ricerca che attraversa cinema, fotografia, video e scultura, concentrandosi soprattutto sull’esperienza e sull’identità Black negli Stati Uniti. Nel 2019 ha ricevuto il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia.

Richard Prince, nato nel 1949 nella Zona del Canale di Panama e attivo a New York, è invece uno dei principali protagonisti dell’appropriation art. Fin dagli anni Settanta preleva fotografie dalla pubblicità, dalle riviste e dai media, le riproduce e le manipola, mettendo in discussione concetti come originalità, proprietà e autorialità.

A unire i due artisti è soprattutto il loro rapporto con le immagini già esistenti. Film, pubblicità, fumetti, video di YouTube, copertine di dischi, fantascienza, fotografie di cronaca, social media e memorabilia diventano un enorme archivio da cui attingere e da ricombinare.

Ma i punti di vista restano differenti. Jafa osserva l’America a partire dalla cultura afroamericana, dalla sua straordinaria produzione musicale e visiva ma anche dalla violenza razziale che ne attraversa la storia. Prince esplora invece soprattutto i miti e le contraddizioni della cultura bianca americana: cowboy, motociclette, automobili, celebrità, pornografia, mascolinità e marginalità.

Perché “Helter Skelter”?

Anche il titolo della mostra contiene diversi strati di significato.
Helter Skelter indica in inglese qualcosa di caotico e disordinato, ma è anche il nome di una celebre canzone dei Beatles del 1968. Poco dopo la sua pubblicazione, Charles Manson ne distorse il significato utilizzando l’espressione per indicare la presunta guerra razziale apocalittica che immaginava imminente.

Il titolo rimanda inoltre a Helter Skelter, la celebre mostra organizzata al Museum of Contemporary Art di Los Angeles nel 1992, dalla quale erano però assenti artisti neri. Il termine diventa quindi perfetto per un progetto che affronta proprio le contraddizioni della società americana e il modo in cui cultura popolare, violenza, razza e rappresentazione continuano a sovrapporsi.

Il percorso espositivo: l’America attraverso i suoi simboli

La mostra si apre già nel cortile di Ca’ Corner della Regina con Folk Songs (Blasting Mats) di Richard Prince, grandi strutture realizzate con frammenti di pneumatici e cavi normalmente utilizzati nei siti di demolizione. Poco distante, Big Wheel II di Arthur Jafa presenta un gigantesco pneumatico da monster truck imprigionato in una rete di catene.
Partendo dallo stesso universo dell’automobile, le due opere trasformano alcuni dei simboli più riconoscibili della cultura americana: la strada, la velocità, la libertà individuale, in oggetti pesanti, danneggiati e quasi archeologici.
Questo metodo accompagna l’intero percorso: le opere non vengono organizzate semplicemente per autore o in ordine cronologico, ma accostate attraverso affinità tematiche e visive.

Il risultato è particolarmente efficace negli spazi settecenteschi di Ca’ Corner della Regina. L’opulenza del palazzo veneziano crea un contrasto quasi straniante con un immaginario fatto di pneumatici, motociclisti, pubblicità, violenza, cultura underground e immagini provenienti dai mass media.

Arthur Jafa: bellezza e violenza dell’esperienza Black

Tra le opere centrali della mostra compareLove Is The Message, The Message Is Death del 2016, uno dei lavori più conosciuti di Arthur Jafa.
In poco più di sette minuti l’artista costruisce un montaggio rapidissimo di immagini provenienti da fonti diverse: sport, musica, politica, proteste, violenza, cinema e filmati diffusi online. Il video, accompagnato da Ultralight Beam di Kanye West, alterna momenti di straordinaria bellezza a episodi traumatici, restituendo la complessità dell’esperienza afroamericana senza ridurla a una sola narrazione. È proprio il montaggio uno degli strumenti più importanti della pratica di Jafa. Immagini che, prese singolarmente, sembrerebbero non avere alcun rapporto acquistano un nuovo significato quando vengono avvicinate.

Un principio che ritorna anche nella nuova opera Viriconium (2026), grande installazione costruita attraverso sagome e figure provenienti dalla storia, dalla cultura popolare e dall’universo personale dell’artista. Angela Davis, Billie Holiday e Walt Whitman convivono con immagini dei media e riferimenti alla storia dell’arte, creando una sorta di autoritratto collettivo e frammentato.

Helter Skelter a Venezia: Arthur Jafa e Richard Prince raccontano l'America alla Fondazione Prada

Mostra “Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince” Foto di Andrea Rossetti Courtesy. Fondazione Prada. Arthur Jafa, BEN GAZARRA, 2024

Richard Prince e il lato oscuro del sogno americano

La ricerca di Richard Prince si muove invece attraverso alcuni degli stereotipi più radicati dell’immaginario statunitense. Nella serie Untitled (Girlfriend), per esempio, l’artista riprende fotografie pubblicate nelle riviste di motociclismo che mostrano donne accanto alle moto dei propri compagni. Estratte dal loro contesto originario e nuovamente fotografate, queste immagini mettono in evidenza il rapporto ambiguo tra desiderio, esibizione, cultura biker e rappresentazione del corpo femminile.

In The Entertainers (1982-83), Prince raccoglie invece immagini promozionali di aspiranti attori incontrati nella New York di Times Square. Racchiusi in teche che ricordano le vetrine dei cinema per adulti, questi ritratti parlano del desiderio di celebrità, ma anche della distanza spesso enorme tra il sogno del successo e la realtà. Cowboy, criminali, Mickey Mouse, automobili e personaggi dello spettacolo attraversano così la mostra componendo un’America familiare e, allo stesso tempo, profondamente inquietante.

Helter Skelter a Venezia: Arthur Jafa e Richard Prince raccontano l'America alla Fondazione Prada

Vista della mostra Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince Photo: Andrea Rossetti Courtesy. Fondazione Prada. Richard Prince. The Entertainers, 1982-83

Due visioni dell’America nello stesso spazio

La forza di Helter Skelter sta soprattutto nel fatto che il dialogo tra Jafa e Prince non cerca di cancellare le loro differenze. Al contrario, la mostra utilizza proprio quella distanza. Da una parte, lo sguardo di Jafa sull’identità Black, sulla memoria e sul razzismo; dall’altra, quello di Prince sulle fantasie della mascolinità bianca, sul consumismo e sulle sottoculture americane.

Eppure entrambi lavorano con lo stesso materiale: le immagini che una società produce per raccontare se stessa. È questo forse l’aspetto più interessante dell’esposizione. Fotografie pubblicitarie, video amatoriali, immagini di cronaca o copertine di dischi non vengono trattati come semplici documenti, ma come elementi capaci di rivelare desideri, paure e contraddizioni profonde.

Visitando Helter Skelter si ha così la sensazione di attraversare un enorme archivio visivo americano: seducente e violento, ironico e disturbante, popolare e politico allo stesso tempo. Non è una mostra che cerca di offrire un’immagine ordinata degli Stati Uniti. Al contrario: ne mette in scena il disordine.

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