I migliori padiglioni nazionali della Biennale di Venezia 2026: i 7 da non perdere

da | Ott 13, 2026

Scopri i Padiglioni Nazionali più straordinari prima del 22 Novembre.

Non manca molto ormai alla fine della Biennale di Venezia 2026, una delle esposizioni internazionali di arte contemporanea più importanti al mondo. Questo articolo si propone non solo come sommario dei padiglioni nazionali che ci hanno colpito di più per bellezza e originalità, ma anche, e soprattutto, come invito ad approfittare degli ultimi giorni, fino al 22 novembre, per scoprire i progetti e gli artisti della Biennale Arte.

I padiglioni nazionali che consigliamo: Spagna, Giappone, Grecia, India, Arabia Saudita, Germania e Austria.

Il tema della Biennale Arte 2026: “In Minor Keys”

La 61esima edizione della Biennale Arte ancora prima dei giorni di apertura di maggio è stata caratterizzata da ampi dibattiti a livello internazionale per cui verrà sicuramente ricordata nella storia dell’Esposizione. Oltre a questioni e conflitti però quali sono i messaggi che ha lasciato “In Minor Keys”? Che contenuti hanno portato artisti e curatori e che forma hanno dato loro? Vi presentiamo le risposte che personalmente abbiamo trovato più convincenti al tema lanciato dalla curatrice Koyo Kouoh.

Spagna

Oriol Vilanova, Los restos

 

Among the most surprising pavilions of this Biennale is the Spanish one, where Oriol Vilanova, curated by Carles Guerra, shows that transforming a space requires neither monumentality nor special effects. Starting from more than twenty years of postcards salvaged from flea markets, the Catalan artist covers the walls of the Giardini with a dense, regular composition, Representación, which from afar looks like one large abstract work and up close opens into thousands of tiny universes, inviting visitors to slow down and imagine a story. The result is a true anti-museum, where masterpieces and souvenirs coexist with equal dignity, and memory, in an age of frenzied image scrolling, becomes a slow gesture again. Also not to be missed is the performance El fantasma de la libertaduna sola cartolina mostrata a sorpresa ai visitatori tra Giardini e Arsenale. Un padiglione che ricorda quanto il valore di un’immagine dipenda dai ricordi che riesce a generare.

Padiglione spagnolo alla Biennale di Venezia 2026: Oriol Vilanova trasforma le cartoline in un museo della memoria

Oriol Vilanova, Los Restos. Padiglione della Spagna alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. Foto Jacopo Salvi. Courtesy of La Biennale

Il Padiglione del Giappone alla Biennale Arte di Venezia 2026: le bambole di Ei Arakawa-Nash su cosa significa essere genitori

Grass Babies Moon Babies, Ei Arakawa-Nash, Padiglione Giappone. Biennale Arte Venezia, Foto Luca Zambelli Bais

Giappone

Ei Arakawa-Nash, Grass Babies, Moon Babies

 

Se c’è un padiglione che non si può perdere, è quello giapponese, tra le esperienze più originali dell’intera Esposizione. Ei Arakawa-Nash, curato da Lisa Horikawa e Mizuki Takahashi, invita i visitatori a prendere in braccio una delle 200 bambole, dal peso di un vero neonato, e a portarla in giro fino al piano superiore, dove un fasciatoio permette di cambiarle il pannolino e di scoprire, grazie a un codice QR, una “poesia del pannolino” legata alla sua data di “nascita”. Più che una performance, è arte partecipativa totale: senza il gesto del pubblico il padiglione sarebbe solo un’architettura modernista piena di bambolotti abbandonati. Chi si cala nella finzione, chi si stanca in fretta, chi pensa soprattutto al selfie: l’opera mette in scena tutte le reazioni senza giudicarle, e riflette così, dal punto di vista di un padre queer, sulla complessità dell’essere genitori.

Grecia

Andreas Angelidakis, Escape Room

 

Tra i padiglioni che ci hanno colpito di più c’è quello greco, dove l’artista e architetto ateniese Andreas Angelidakis, a cura di George Bekirakis, prende in prestito il linguaggio delle escape room per costruire qualcosa di ben più profondo di un gioco. Qui non c’è una porta da trovare: la vera domanda è da quale realtà stiamo cercando di uscire. Ispirandosi alla caverna di Platone, Angelidakis trasforma l’edificio dei Giardini in un labirinto di video, frammenti architettonici, souvenir e tracce della storia greca, tra cui la memoria di Peggy Guggenheim nel padiglione durante la Guerra civile. Non c’è un filo narrativo unico: gli indizi sono sparsi nello spazio e spetta al visitatore scegliere quali seguire. Un’opera tra le più originali di questa edizione, che non offre soluzioni ma invita a rimanere e a mettere in dubbio ciò che consideriamo reale. La sfida, forse, è accorgersi della stanza in cui siamo già entrati.

Padiglione della Grecia alla Biennale d'Arte di Venezia 2026: l'Escape Room di Andreas Angelidakis tra memoria e realtà

Padiglione della Grecia, ESCAPE ROOM, Foto Andrea Avezzù. Courtesy La Biennale di Venezia

Padiglione India alla Biennale Arte 2026 di Venezia

Geographies of Distance Remembering Home. Padiglione India alla Biennale Arte di Venezia 2026. Foto di Luca Zambelli Bais

India

Geographies of Distance: Remembering Home

 

Dopo sette anni di assenza, l’India torna alla Biennale con uno dei progetti collettivi più belli ed emotivi dell’intera esposizione. Curato da Amin Jaffer, Geographies of Distance: Remembering Home riunisce cinque artisti che, lavorando a mano con materiali e tecniche tradizionali, riflettono sulla trasformazione del Paese e sul significato di “casa”. Le crepe nell’argilla di Alwar Balasubramaniam, la casa d’infanzia demolita ricreata in filo da Sumakshi Singh, il giardino sospeso di Ranjani Shettar, le architetture in cartapesta del Ladakh di Skarma Sonam Tashi e l’imponente costruzione in bambù di Asim Waqif dialogano tra memoria, perdita e sviluppo urbano. La forza del progetto sta nel declinare il tema su più livelli, dall’universale al particolare, proiettando il visitatore in un’India diversa dall’immagine comune. Il messaggio finale è che non importa da dove si viene o dove si va: tutti hanno una casa, intesa soprattutto come luogo del cuore e della memoria. Un padiglione che unisce identità nazionale e respiro universale.

Arabia Saudita

Dana Awartani, May your tears never dry, you who weep over stones

 

Il progetto del padiglione saudita riprende tecniche artigianali e tradizioni millenarie appartenenti al mondo arabo e le ambienta negli spazi dell’Arsenale di Venezia per proporre una riflessione urgente e assolutamente contemporanea. Più di 29mila tessere e mattoni di argilla formano un pavimento mosaicato che il visitatore può attraversare, aggirare e di cui soprattutto può contemplare l’inevitabile disfacimento. Ogni mattone è stato prodotto usando stampi in lego e argille colorate ma la scelta dell’artista di non usare agenti leganti comporta che nel tempo si sviluppino delle crepe. Questo immaginario sito archeologico richiama in realtà moltissimi siti di interesse culturale minacciati e molto spesso danneggiati dai conflitti in corso. Si potrebbe quindi dire che il vero messaggio del padiglione sta proprio in quelle crepe che si formano e continuano a formarsi senza che nessuno si prenda cura di loro, lasciando che le pietre siano delle semplici pietre. L’artista e i suoi collaboratori vogliono sensibilizzare il pubblico proprio su questo punto: quelle pietre sono parte della storia e della cultura di tutti e se non si vogliono perdere bisogna agire.

Arabia Saudita – Dana Awartani, May your tears never dry, you who weep over stones

Padiglione dell’Arabia Saudita alla Biennale Arte 2026. Courtesy of La Biennale di Venezia

Padiglione della Germania alla Biennale Arte 2026. Courtesy La Biennale di Venezia

Padiglione della Germania alla Biennale Arte 2026. Courtesy La Biennale di Venezia

Germania

Henrike Naumann, Sung Tieu, Ruin

 

“Lo spazio può essere letto come un testo” afferma Henrike Naumann, una delle due artiste presenti nel padiglione tedesco che portano alla luce questioni sociopolitiche riguardanti i meccanismi di sorveglianza statale. Mancata pochi mesi prima dell’inizio della Biennale, Naumann non ha potuto vedere il suo progetto realizzato negli spazi veneziani ma ha comunque lasciato un forte segno caratterizzato nella sua ricerca artistica dall’uso del design e dell’arredamento per esplorare l’estetica della vita quotidiana. Gli oggetti costituiscono il sistema di riferimento per rendere visibile il modo in cui le persone reagiscono al cambiamento e costruiscono un senso di appartenenza. Sung Tieu porta la sua esperienza anche all’esterno dello spazio espositivo ricoprendo le pareti dell’architettura nazista del padiglione con più di tre milioni di tessere di mosaico raffiguranti il condominio della Germania Est dove viveva la sua famiglia assieme agli altri lavoratori immigrati vietnamiti.

Austria

Florentina Holzinger, Seaworld Venice

 

Se c’è un padiglione che ha monopolizzato l’attenzione di pubblico, critica e social, è quello austriaco, dove Florentina Holzingera cura di Nora-Swantje Almes, firma uno degli interventi più radicali e controversi della Biennale. Le code superano le due ore e all’esterno un avviso mette in guardia sulla sensibilità delle performance. Una campana recuperata dalla laguna, sospesa all’ingresso, viene fatta suonare ogni ora da una performer nuda; all’interno, in uno spazio allagato, una moto d’acqua gira in tondo come denuncia dell’overtourism, mentre una Deposizione al femminile ruota con il vento. Nel cortile, una performer vive in una vasca alimentata dai fluidi depurati dei bagni della Biennale, metafora di un ordine globale che relega i più vulnerabili tra gli scarti. Erede dell’azionismo viennese, Holzinger divide il pubblico ma impone con forza il proprio immaginario. Il progetto proseguirà al Gropius Bau nel 2027 e alla Kunsthalle Wien e all’AMANT nel 2028.

Performance Austriaca - Florentina Holzinger all'opening di Seaworld Venice alla Biennale di Venezia 2026

Padiglione dell’Austria. Biennale Arte 2026 Venezia. Courtesy La Biennale di Venezia.

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